5th lug, 2012

Via Pulchritudinis, opera pittorica di Giorgia Eloisa Andreatta

Il 29 giugno 2012 è la sera della benedizione dell’opera sacra nel giardino del Monastero di S. Chiara a Latina.
Nel buio rischiarato le candele creano un’atmosfera particolarmente suggestiva. Il rito orientale maronita ha attratto un folto pubblico di fedeli che si sono aggiunti a quelli del Gruppo di meditazione SPES. Sono anche presenti  diversi artisti pontini (Gabriele Casale, Luca Ferullo, Daniele Frisina,…) e altri.
Nel “fascino del mistero“  il rito, perchè di questo si tratta, è celebrato da:
Padre Jihad Youssef, maronita della comunità di Deir Mar Musa in Siria, assistito dal diacono Giovanni De Rossi, che benedirà l’opera pittorica di Giorgia Eloisa Andreatta (www.deirmarmusa.org/it);
Padre Luciano Proietti, francescano dell’eremo di Sant’Egidio di Frosolone che ne illustrerà il significato religioso;
Don Daniele Della Penna, parroco di Santa Chiara.
 
Entriamo in una mescolanza di senso-percezioni, nel buio, nell’aspettativa, nella luce, nell’incenso, nello stupore dell’oro del dipinto dove si muovono i cromatismi dei personaggi antichi.
            
Come “pellegrini dello spirito” siamo qui a riscoprire insieme” la via della bellezza”, in una rinnovata simbiosi tra fede e arte, a contemplare il seducente ciclo iconografico destinato all’Eremo di Sant’Egidio sul Monte Gonfalone (Frosolone, IS), dipinto dalla giovane artista pontina.
 
 

Come un film in 10 scene e più di 50 personaggi la Via Pulchritudinis di Giorgia Eloisa Andreatta tra ricerca e testimonianza di un percorso spirituale.

L’iconografia religiosa si stenta a comprenderla pienamente a prima vista, ha bisogno di più letture successive e può essere intesa, intelletta, perfettamente solo alla luce della comprensione profonda e di un’interiorizzazione della concezione teologica che l’ha ispirata. Non si può indugiare oltre, se non sterilmente, sulla pura stilistica, sull’estetica pura. Non ci sarebbe coerenza con l’intenzione della comunicazione. Così in alcuni casi si è potuto parlare, già nei secoli antichi, di teologia dipinta o scritta, di teologia delle immagini. In alcuni movimenti cristiani del IV-V secolo l’uso dell’iconografia, in un mondo di analfabeti, era considerato necessario ed ecclesialmente interpretato come strumento didattico e catechistico, a illustrazione e diffusione del mistero cristologico. Per capirla il lettore profano deve conoscerne a pieno i significati e l’uso sapiente di simboli, spazi, colori, l’uso dell’oro/illuminazione. Ancora oggi, o forse maggiormente, in una civiltà delle immagini. Insomma deve conoscerne gli alfabeti, le chiavi di decodificazione. Ecco perché l’artista di Latina Giorgia Eloisa Andreatta, cui dall’eremita è stata commissionata l’opera, ha inteso aggiungervi un piccolo manuale interpretativo (Introduzione, Symbolarium, citazioni bibliche, …). Perché in un solo gesto sono spesso riassunti e condensati significati profondi, a prima vista incomprensibili in chi non ne abbia familiarità di linguaggio o non s’addentri in uno studio e nella relazione fra i vari nessi presenti e recepibili. Come principio se obiettivo riconosciuto dell’icona è religioso, cioè, quello di rappresentare una verità di fede, i dipinti non possono essere mai il frutto autonomo e originale della meditazione individuale dell’artista; ma l’interpretazione teologicamente fedele, canonica di un prototipo, seppure a livello creativo sia concesso poi ad ogni artista la sua ricerca espressiva sulle forme. Già per i bizantini, come è noto, l’immagine doveva ambiziosamente rappresentare delle verità eterne. Ecco, allora, che il centro della rappresentazione diventa inevitabilmente il volto come luogo della presenza dello spirito. In questo caso specifico la “Via pulchritudinis” è indicata dalla vita eremitica e cenobitica di S. Egidio, da secoli patrono anche di Frosolone cui è intitolata l’omonimo Eremo sulla montagna. Le due tavole, di2 m. per 0,50 ciascuna, come un film in 10 scene dove trova vita un folto di oltre 50 personaggi puntualmente propongono e, anche qui, sollecitano una evocazione interiore con l’invito a intraprendere la via della perfezione (dell’illuminazione per gli orientali). L’attenzione dell’osservatore si concentrerà, allora, sullo sguardo, negli occhi che hanno in sé lo stupore diffuso, perché l’artista, come ha fatto Giorgia Eloisa Andreatta, ha lavorato sulla difficile impresa di rappresentare anche l’anima dei soggetti. Nelle ombre della sera, alle luci dei lumini la triplice benedizione di Padre Jihad Youssef della comunità di Deir Mar Musa in Siria. Quindi la parola all’eremita Padre Luciano e, in conclusione, un breve intervento dell’autrice per ringraziare i molti intervenuti e i propri familiari  © – Sergio Andreatta, 29.06.2012, (618) Riproduzione riservata

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