di  Sergio Andreatta

 

Picinisco, Santa Maria.

Picinisco, antica Santa Maria.

ENTRI DAL CANCELLO CON L’ISTINTO DELLA FUGA…

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Benito Mussolini nel libretto consegnato ai militari.

Benito Mussolini nel libretto consegnato ad Albino e ai militari per spiegare la scelta di dichiarare guerra il 10.06.1940.

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Entri dal cancello con l’istinto della fuga ma sai già che, se saprai resistergli, si aprirà per te un’altra antologia di Spoon River. Quante storie soffocate da queste pagine di pietra, basterebbe forse alleggerirle un pò per farle uscire dal dimenticatoio. Nel sotto-portico della medievale abbazia di Santa Maria, già inventariata da papa Pasquale II, mi viene incontro una grande lapide cementata dall’Amministrazione comunale, sopra i nomi delle vittime dell’inabissamento dell’Arandora Star e dei molti civili di guerra. Ecco un nome che mi richiama una foto vista altrove, è quello di un Cesidio Di Ciacca, piciniscano-scozzese sulla cui tragica vicenda mi sono soffermato in uno scritto precedente. Giovane, non meno degli altri pieno di speranze e con tanta voglia di vivere quel primo Cesidio, subendo la sorte comune, fu costretto all’imbarco per il Canada. Ma il siluro tedesco, già in agguato fuori della baia di Plymouth, non gli avrebbe lasciato alcuno scampo, come ad altre mille persone. 17 gli affogati del paese, centinaia gli italiani di tutte la regioni, molti di Bardi nel parmigiano. Era questa la guerra tomba delle illusioni! Tra le vittime civili ricorrono i cognomi di tante famiglie storiche del paese e anche di un parente di mia moglie. Albino Antonelli con gli occhi legati alla malinconia ma un po’ avido di avventure aveva risposto puntualmente alla chiamata alle armi e da sottotenente dell’esercito italiano era partito da Civitavecchia per la guerra sul destinato fronte greco-albanese…

Ragazza albanese.

Ragazza albanese.

La posta di Albino.

La posta di Albino.

Tirana nel 1940.

Tirana nel 1940.

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A Londra, dove era nato, i suoi genitori (Giovanni e Mariuccia Mancini) gestivano un ben avviato snak-bar dalle parti di Portobello. Con i loro floridi proventi avevano potuto costruire fin dal 1924 in Viale San Martino una bellissima palazzina in stile liberty e questo era per tutti l’inconfutabile contrassegno di un’emigrazione di successo.  I sentori di guerra li avevano, però, consigliati ad un precipitoso rientro in Italia, giusto in tempo per evitarsi il naufragio dell’Arandora. Completava la famiglia l’adolescente, un pò ribelle, Antoniuccio. Nello svolgersi degli avvenimenti bellici, impensabilmente Picinisco si era trovata al fronte, nell’epicentro montano della Linea Gustav, così tra dicembre ’43 e i primi mesi del ’44 molte genti furono obbligate ad un sofferto sfollamento. Gli Antonelli-Mancini inglesi, che erano andati ad abitare a Roma in Via Tuscolana 42, appena l’aria della capitale divenne insostenibile, si erano spostati nella più tranquilla Ciociaria, ma non nella loro casa indisponibile di Picinisco, bensì a Ripi dalla nipote Olga nel frattempo andata sposa al forestale, poi mio suocero. Dopo varie vicissitudini personali e tragici coinvolgimenti diretti, per le sue precarie condizioni di salute Albino era potuto rientrare dal fronte. E ora si poteva riunire a tutti gli altri a Ripi. Intanto la patria Picinisco, in Valle di Comino, era stata invasa dai tedeschi e così anche la loro casa dove sulla porta della cantina, una profonda grotta scavata nella roccia, davanti alle botti piene avrebbero vergato un’immortale preghiera al vino. Il castello medioevale sarebbe stato a breve bombardato da un impietoso raid aereo americano, l’alta torre circolare sfarinata per castigo. Ma, dopo lo sfondamento alleato a Monte Cassino, i nazisti si convinsero che non era più il caso di resistere stando lì e si ritirarono e nel farlo non tralasciarono di trafugare da casa alcuni quadri, un pianoforte tedesco di marca ed una statua, copia ridotta di quella della libertà di N.Y., che si erigeva in basso all’inizio della scala. Albino, Antonio e anche la loro cugina convivente Olga Mancini avevano potuto frequentare una delle migliori high-school di Londra. I fratelli suonavano meravigliosamente i loro strumenti musicali, accoppiandosi al pianoforte e al violino. Intanto le malvagie e punitive incursioni aeree U.S.A. si mangiavano i castelli ducali e, uno dietro l’altro, i paesi antichi della Valle. Il terrore aveva le forme di un imprevedibile drago di fuoco che pioveva dal cielo. Ma Ripi, no. Ripi sembrava più sicura, fuori da ogni obiettivo. Bisogna avere la giovinezza ma non doverla rimpiangere la volta che ti capita e proprio a maggio, il mese dell’amore e della poesia. Perché gioirebbe altrimenti la natura e si risveglierebbe il sangue nelle vene? Guerra e pace, con la seconda ad incalzare le speranze di guardare avanti. L’ufficiale in congedo, pur appassionato di arte e abbeverato di cultura, sapeva di non essere l’unico ad aspirare a una vita piena di bellezza e di libertà. Le sue note musicali ora gli riempivano la testa frastornandolo e l’animo, l’animo gli appariva più leggero del solito stamattina,  così prese per mano il piccolo figlio del forestale Pirri e s’incamminò per la rua.

Ragazze locali.

Ragazze locali.

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Ala Littoria e censura sulla posta del sottotenente italo-inglese Albino Antonelli.

Ala Littoria e censura sulla posta del sottotenente italo-inglese Albino Antonelli.

E percepì subito il rumore, l’aereo si avvicinava, la rombante sordità dei suoi motori non poteva sfuggire all’orecchio esperto di un ufficiale. Ci fu un attimo interminabile, solo un intervallo di pochi istanti, per pensare alla salvezza. Poi le bombe gli esplosero intorno frammentandosi al suolo. Albino, squarciato, non ebbe neanche il tempo di lanciare al cielo la sua maledizione ma il piccolo Leandro di quattro anni si sarebbe salvato. Il sottotenente del 207° Reggimento Fanteria ”Taro”, 6a Compagnia, era un giovane partito, seppur senza grandi entusiasmi, “col cuore oltre la meta” come gli aveva inculcato la martellante propaganda fascista. Dalle zone di guerra in Albania e Montenegro e ovunque le successive strategie l’avevano portato, aveva scritto solo pensieri di grande sentimento per la patria e di forte attaccamento ai suoi monti della Meta. Mai che avesse fatto trapelare ai familiari le sue emozioni, le sue trepidazioni se non quando, nelle lettere e nella cartoline postali alla madre in attesa nella casa di Roma, forse in cerca di protezione, si era concesso ad accorate suppliche alla Madonna di Pompei di cui era molto devoto. © – Sergio Andreatta, Riproduzione riservata per testo e foto dell’Archivio familiare.

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Un progetto di teatro formativo

Nel paese dei molti colori non può esserci spazio per differenze e diversità di considerazione e di trattamento personale. Nessuna disparità di alcun genere è ammessa. Mi trovo al TEATRO COMUNALE di Latina, Gabriele D’Annunzio, per sentire e vedere i ragazzi della Scuola Primaria Giuseppe Mazzini cantare, ballare, recitare, esibirsi per insegnarci a navigare in musica sui temi e sulle vibrazioni dell’intercultura e dell’antibullismo in specie. Se questa è educazione, è certamente la buona educazione, penso, della pari dignità senza discriminazioni. 

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Ogni tanto partecipo alla riconoscenza degli applausi alle docenti di BORGO SAN MICHELE (mio ex IV Circolo didattico) per le loro esaltate competenze e un plauso particolare lo indirizzo ai ragazzi per le loro eccellenti interpretazioni sia corali che personali. Purtroppo il bullismo è una forma di comportamento sociale, abbastanza diffuso nel mondo giovanile anche pontino, di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, che talvolta cova nella stessa scuola e occorre così individuarlo prontamente e stroncarlo perché non prenda piede prendendo a bersaglio i deboli e gli incapaci di difendersi.

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E’ una pratica di sopraffazione sociale, una dinamica di gruppo aberrante che oggi si manifesta in vari modi e che va condannata senza alcuna indulgenza già all’interno delle stesse famiglie, se ne sanno cogliere le prime avvisaglie, perché porta ad usare prepotenza, a maltrattare, a intimidire e a intimorire. E’ qualcosa che può portare all’inferno un’esistenza, rovinare irrimediabilmente una personalità fragile. Opponiamoci allora con tutti i mezzi all’andazzo della sopraffazione e del voler prevalere ad ogni costo. Sergio Andreatta

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23rd Mag, 2017

“Chiama la Mamma!”


😂

“CHIAMA LA MAMMA!”

Macchina nuova, navigatore nuovo con grande display, conosco a memoria l’itinerario ma la voglia di provare il navigatore sul sistema On-Star è incontenibile. Tanto per stare sempre collegati con qualcosa, manco alla Nasa!… Così… (Il dialoghetto che segue sarà sul vocale). “Trova PICINISCO!” “Sconosciuto” “OK, Google: PICINISCO!” “Forse il tuo navigatore non è affidabile!” “Pi-ci-ni-sco!” “- isco, suffisso di parole che sta per…” Segue lunga elencazione per terminare: “Anche in –esco, come… cagn-esco, dant-esco,…”. “Però – penso – quanta cultura!” E poi:”Meraviglia!… Che modo di dire, … sono stupito! E tu no?”, chiedo a mia moglie. “Pi-ci-ni-sco!”, ripeto con più forza. “Cerchi un ristorante? Un distributore?… Non so come posso aiutarti!” “PICINISCO!!!” , ordino spazientito. “Non so proprio come aiutarti… CHIAMA LA MAMMA!”, aggiunge alla fine la speaker automatica sconsolata ma con aria compassionevole. Esilarante! Da scompisciarsi dalle risate, ohimè… Dopo un po’, però, ecco comparire puntuale la mappa aggiornata per la navigazione. E l’ irrefrenabile risata ci avrebbe accompagnato per tutta l’ora di viaggio.

Sergio Andreatta   😃😂

VERSO MATERA 2019.

L’atelier del legno di Massimo Casiello.

“Fatto!”, dice lui consegnandomi il suo timbro in legno d’ulivo dopo le ultime limatine di rifinitura. E io lo guardo subito e lo valuto mentre è ancora nelle sue mani. Sul TIMBRO del PANE, per personalizzarlo, ho fatto incidere un acronimo, GEA che sta per Giorgia Eloisa Andreatta.

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)                                                                    Massimo Casiello, ph Sergio Andreatta

 

Matera, S. Maria de Idris (ph. Sergio Andreatta)

Matera, S. Maria de Idris (ph. Sergio Andreatta)

 

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

Matera Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

A lei, che pure è artista, un’iconografa, da qualche tempo le è salita dallo stomaco la voglia di farsi il pane in casa con il lievito madre e non so quale pregiata farina di grano duro o di grano Khorasan, da cui si ricava la farina di kamutNon per risparmio, s’intende!, ma solo per esplorare un altro orizzonte culturale e impossessarsi con le mani dell’arte più antica, quella plurimillenaria della panificazione. E Daniele, Federica e Stefano, i suoi tre piccoli, si divertono un mondo ad imitarla. Così per riuscirci meglio si è anche sottoposta a un corso teorico/pratico di formazione. Prima di arrivare nella Città dei Sassi avevo saputo da non so chi di MASSIMO CASIELLO, un apprezzato tornitore locale, artista del legno. I suoi timbri ripropongono quelli del passato quando tutte le donne impastavano in casa e portavano a cuocere al forno di riferimento avendo la necessità di riconoscere poi i propri pani. I forni di Matera, o della vicina Altamura, sono quanto di più famoso possa esserci. E vicino al B&B dove alloggiamo ne troviamo uno antichissimo che risale ai tempi dei tempi, addirittura al 1590. E, a giudizio dei nostri sofisticati palati, è veramente sublime ciò che sforna. Nell’Atelier di Massimo Casiello ci si imbatte in pieno centro di Matera, così dopo aver visitato con sorpresa soddisfazione il Museo Archeologico Nazionale “Domenico Ridola” non potevamo proprio sottrarci dall’entrare, io e mia moglie, nella bottega di questo giovane. In tutta la Basilicata, la lavorazione del legno vanta una lunga tradizione. Durante i secoli della infinita civiltà contadina, e ancora in tempi più recenti, gli artigiani realizzavano col legno gli oggetti di uso comune, qualcuno più dotato di espressione anche manufatti di alto valore artistico: ruote per i carri, setacci per i differenti tipi di cereali e farine, mestoli, bastoni, timbri per il pane, contenitori per l’acqua, botti per il vino, pestelli e mortai, zoccoli, taglieri intagliati per decorare la pasta fatta in casa, oggetti sacri, mobili intagliati e intarsiati, trottole (in dialetto, ‘strimml’) e molto altro. Oggi agli utensili d’uso quotidiano, riprodotti però in forme moderne e inusuali da Massimo, si affiancano complementi di arredo originali e irripetibili realizzati spesso su commissione.

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

Massimo.Casiello, ph Sergio Andreatta

Mentre gli utensili non più utilizzati, e per i quali in alcuni casi si sono perse le tecniche di fabbricazione, si conservano soltanto nei musei, nella “casa grotta”, nelle case di appassionati collezionisti o di famiglie materane che se li tramandano con cura e sentimento di padre in figlio, da nonna a nipote. In Via Ridola 40, da Massimo, non trovo però i soliti oggetti, ma opere in legni pregiati, scolpite singolarmente nei minimi particolari, in grado di riportarmi alla mente, quando me ne sarò andato, il ricordo dei Sassi, degli scorci affascinanti e incantevoli, degli antichi vicoli sempre molto animati da turisti e apprezzati da cineasti. Massimo è ancora giovane ma, a Matera 2019 – capitale europea della cultura – sembra voler dare un contributo avendo trovato la sua strada professionale. Quest’arte dalle profonde radici culturali, ne siamo certi, non sarà destinata a perdersi con lui e qualche altro. “Ecco, questo timbro è di legno d’ulivo ed è bene spennellarci sopra del buon olio d’oliva prima dell’uso per togliere qualche minuscola impurità. E poi ogni tanto!”, mi raccomanda consegnando alla mia gratificazione tattile il bel galletto porta fortuna. © – Sergio Andreatta

www.andreatta.it

www.massimocasiello.it

 

 

1st Mag, 2017

Camminando per la Murgia

La FERULA COMMUNIS

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(in foto con lo sfondo dei SASSI di MATERA), volgarmente conosciuta come Finocchiaccio, è originaria del bacino del Mediterraneo. Appartiene alla Famiglia delle Apiaceae, Specie Fèrula Communis. Il suo nome deriva dal latino, dove il vocabolo significa “pianta a fusto dritto”. Pianta erbacea perenne alta da 1 a 3 metri, con fusto eretto e squillanti fiori gialli in primavera, alla fioritura. Considerata pericolosa e assai temuta dai pastori, in quanto alcune sue componenti tossiche ad attività anticoagulante fanno ammalare e spesso morire il bestiame che la ingerisca (Mal della Ferula, emorragia). Nei pascoli naturali il bestiame la scarta spontaneamente e non se ne ciba e questo consente, però, alla ferula di svilupparsi senza ostacoli, arrivando a fiorire copiosamente e a disperdere nel vento i suoi semi senza ostacoli per riprodursi poi in modo infestante. Il pericolo, subdolo, rimane quando il contadino falcia il fieno e inavvertitamente la fèrula si mescoli col fieno. Le regioni meridionali ne sono piene e visitando Basilicata e Puglia in questi giorni ne sono rimasto molto colpito dalla frequenza e dalla bella vivezza dei fiori.

Sergio Andreatta sulla Murgia materana

Sergio Andreatta
sulla Murgia materana

Una leggende la porrebbe all’origine del fuoco. Alla pianta viene , infatti, attribuito il merito di aver trasportato sulla terra il fuoco custodito negli inferi. La fèrula, secondo una leggenda, fu il mezzo utilizzato anche da S. Antonio abate per rubare il fuoco dall’inferno e donarlo agli uomini. Si narra che, ottenuto il permesso dai demoni di entrare all’inferno per riscaldarsi, il Santo li abbia poi beffati, frugando col suo bastone di ferula fra i tizzoni ardenti fino a che una scintilla non accese il midollo spugnoso che sta all’interno. E così, senza farsi notare e con l’inganno, lui avrebbe portato via il fuoco per donarlo all’umanità. © – Sergio Andreatta

Sergio Andreatta Matera Madonna della Bruna

Sergio Andreatta.
Matera. Madonna della Bruna.

La Festa della Madonna della Bruna si svolge a MATERA il 2 luglio. Quest’icona della Madonna è custodita in Cattedrale (come la statua XVIII secolo), è di origine bizantina e risale agli inizi del Duecento. Sembra sia stata portata da alcune monache palestinesi per rinfocolare la fede incerta dei materani per volere dell’Arcivescovo Andrea. E’ all’imbrunire che si ravviva la tradizione più suggestiva. Dopo due altre processioni di giornata la Madonna e il Bambino sono messi su un grande Carro ricco di decorazioni in cartapesta, sgargianti e fastose, e inizia la processione. Il Carro verrà al termine distrutto dai giovani della città e i pezzi portati in trofeo e tenuti come ricordo nelle case e augurio di prosperità e di benessere. Secondo una leggenda, la distruzione del carro vorrebbe ricordare il momento in cui i Saraceni, che volevano appropriarsi della statua della Madonna, trovarono il Carro vuoto e allora lo distrussero per sfregio. Anche nella elegante Casa B&B dove abbiamo alloggiato per tre giorni si conserva, appeso alla parete, un bell’angelo di cartapesta. La festa si concluderà a tarda notte con i fuochi pirotecnici sparati dalla Murgia che illuminano i Sassi Barisani e Caveosi creando uno scenario notturno davvero unico, incantevole ed affascinante.

Sergio Andreatta, girando per i vicoli di Matera

Matera. Grotte dei Sassi Caveosi

Matera. Grotte dei Sassi Caveosi.

Sergio Andreatta. Sul Montirone la chiesa rupestre di S.Maria de Idris

Sergio Andreatta.
Sul Montirone la chiesa rupestre di S.Maria de Idris.

Sergio Andreatta. Sullo sfondo l'abitato vecchio di Matera

Sergio Andreatta. Sullo sfondo l’abitato vecchio di Matera.

Sergio Andreatta. Matera. Grotte dei Sassi Caveosi.

Sergio Andreatta.
Matera. Grotte dei Sassi Caveosi.

Matera. Rosamaria Pirri e Sergio Andreatta.

Matera. Rosamaria Pirri e Sergio Andreatta.

La Missionaria comboniana accenna en passant agli ecuadoriani che, intrigati nelle loro sfortune esistenziali e annodati alle loro antiche tradizioni, festeggiano con molto maggior pàthos il Venerdì Santo più della Pasqua, quasi a partecipare più all’umanità dolente che alla divinità di Cristo. L’insieme di passionalità, concitazione, tragicità, quasi modo per una reciproca condivisione, fa così parte del loro animo. Ma se Cristo non fosse davvero risorto, il cristianesimo perderebbe il suo valore e la missione della Chiesa sarebbe destinata ad esaurire piano piano la sua spinta. In Gesù, invece, l’amore ha vinto sull’odio e la vita sulla morte.

LETTERA per PASQUA 2017

Carissimi Amici miei e della mia gente di Esmeraldas,

un saluto cordiale e affettuoso a tutti Voi.

 

Quante cose Vi potrei raccontare se foste qui vicino a me. Ogni giorno è nuovo come sono nuovi gli attimi di vita che passano accanto a noi, rivelando sempre qualcosa di inaspettato.

Mi sono adattata allo stile latino-americano che, mentre da una parte solennizza il Venerdì Santo, dall’altra passa in secondo piano la domenica di Resurrezione. A noi non deve invece passare in secondo piano tutto il ciclo completo della Passione con la Morte e la Resurrezione di Cristo.

Stiamo per iniziare il nuovo anno scolastico 2017-’18  ed è già cominciata la corsa dei familiari per accaparrarsi il necessario per figli o nipoti studenti. La mia segretaria ha il suo gran da fare in questi giorni e dopo Pasqua inizierà la richiesta di corredo scolastico che noi proporzioniamo agli alunni in adozione secondo le loro necessità.

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Quest’anno sono 270, un po’ diminuiti ma ancora tanti sono coloro che godono del Vostro aiuto economico-solidale. Grazie, Amici, per quanto fate per loro.

27 bambini e adolescenti hanno concluso l’anno scolastico ospiti dell’ Hogar Campesino. Di questi 5 hanno terminato le medie nella scuola “San G.B. Cottolengo”,  solo 1 ha terminato le elementari nella scuola “Gonzalo Abat Grijalva”, gli altri 21 continueranno nella stessa scuola.

Nel mese di febbraio l’Ospedale Civile provinciale è stato trasferito al sud della Città, un po’ fuori del Centro, in un edificio nuovo più grande e sicuramente più efficiente. Questo ha fatto sì che aumentasse, però, l’affluenza dei malati nel nostro Centro dove il costo è limitato, l’attesa è breve  e l’attenzione che riserviamo loro è ottima.

Camilla

Siamo un Centro Medico privato, a pagamento, ma che offre prezzi economici per medicine, consultazioni mediche ed esami diagnostici di laboratorio: 19 medici si alternano in orari diversi per un’opera sociale a beneficio dei più poveri. E sono sanitari tra i migliori della città perché hanno sviluppato in sé, oltre alle loro competenze mediche, un acuito senso di solidarietà fondato su valori cristiani molto apprezzati in un ambiente sociale dove anche qui ormai prevale soprattutto la dimensione economica dell’esistere.

Davvero il Signore benedice la nostra e vostra opera. Del resto la “missione ha la finalità di condividere, dividere insieme quello che si è ricevuto, poiché solo nella dedizione, nel con-dividere troviamo, come persone, la fonte della gioia e facciamo esperienza della salvezza”, non ha scritto così papa Francesco?

E con la gioia che riempie il cuore quando riusciamo a donare gratuitamente il nostro tempo e la nostra vita agli altri, Vi ringrazio. So che la mia attività risulterebbe ridotta senza il Vostro indispensabile aiuto spirituale e di solidarietà.

A fine maggio ritornerò in Italia per cure mediche e un po’ di riposo. E spero, allora, di poter incontrare qualcuno di Voi.

Conto molto sulle Vostre preghiere e Voi potete contare sulle mie.

Che il Signore Vi benedica e BUONA PASQUA a tutti!

Madre Camilla Andreatta

Apartado 08-01-0065 * Tel 0939810022

ESMERALDAS  –  ECUADOR

e.mail: educamy2013@gmail.com

La più recente opera pittorica dell’artista pontina.

Giorgia-Eloisa Andreatta, La Samaritana incontra Gesù al pozzo di Sicar

Giorgia-Eloisa Andreatta, La Samaritana incontra Gesù al pozzo di Sicar.

LATINA, Curia Vescovile.

Venerdì scorso mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina, Sezze e Priverno e già segretario generale della CEI, ha benedetto l’immagine (un acrilico su tavola delle dimensioni di 1 m. x 1) della “Samaritana al pozzo di Sicar” commissionata a Giorgia-Eloisa Andreatta per il nuovo Servizio Diocesano di Ascolto familiare. “IL POZZO” è già attivo in diocesi da qualche mese e si riunisce periodicamente anche per i suoi corsi di formazione.

“E’ stato un bellissimo momento di comunione – ha commentato poi l’iconografa – e sono molto grata perché ogni nuova opera è per me occasione, oltre che di crescita artistica, di preghiera e di profonda meditazione. E ora spero che lo diventi anche per coloro che avessero l’occasione di contemplarla”.

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giorgia-eloisa andreatta, samaritana al pozzo

Giorgia-Eloisa Andreatta è illustratrice di libri e iconografa, ormai autrice  di numerose opere presso collezioni private e pubbliche tra cui l’Eremo di Sant’Egidio di Frosolone (Vita di Sant’Egidio), la Mensa Caritas di Latina (trittico: Creati per la Carità) e ora questa.

Laureata in sociologia alla Sapienza con il prof. De Nardis, diplomata stilista e costumista all’Accademia nazionale di Costume e Moda di Roma, si avvicina all’arte sacra, segue corsi di scrittura d’icone e si perfeziona nell’iconografia cristiana. E pur restando fedele alla tradizione, sviluppa un linguaggio iconografico del tutto personale.

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Per saperne di più: www.giorgiaandreatta.weebly.com 

16th Mar, 2017

Noi i… compulsionisti

E alla fine ci ritroviamo tutti… COMPULSIONISTI del prendi, consuma e getta?

Vittime e carnefici felici di avere le cose solo per esibirle al vento e poi poterle mandare in discarica…

Siamo i figli bastardi della pubblicità berlusconiana che oltre trent’anni fa ci ha educato al desiderio di consumare cose sempre più velocemente obsolescenti.

Ed eccoci così schiavi della DIPENDENZA e prigionieri dell’invidia che piano piano si è insinuata fin dentro la nostra anima.

CONSUMIAMO, ruminiamo qualsiasi cosa

ogni giorno di più – quasi per il bisogno stesso di essere al mondo – per poi ricominciare a farlo e, senza accorgercene, perdiamo via via qualcosa della nostra più intima battaglia.

E’ Facebook stesso, e l’uso quotidiano che ne facciamo nell’impossibilità di farne a meno, che viene a confermarcelo.

© – Sergio Andreatta, 15.03.2017

 

 

15th Mar, 2017

Ricordi della I Comunione

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Rimango a bocca aperta, disarmato, senza parole ogni volta che ne rintraccio una della mia infanzia. La vecchia foto impaginata in un vecchio album di famiglia che non sfogliavo da un’eternità è di quelle capaci di risvegliare i sopiti sentimenti, di rigenerarli. I tempi fermati dall’obiettivo sono quelli andati della mia I Comunione sessant’uno anni fa (1955) nella Parrocchia di San Francesco d’Assisi di BORGO BAINSIZZA.

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Il sacerdote ritratto al centro è Don Giovanni Gottardello, un padovano, religioso della Piccola Opera della Divina Provvidenza di don/san Luigi Orione.  Era il primo parroco di Borgo Bainsizza nella diocesi suburbicaria di Albano. Si sarebbe, tra l’altro, adoperato fortemente perché la popolosa frazione di Gnif Gnaf, nella sua giurisdizione parrocchiale, cambiasse toponimo in Borgo Santa Maria (ritenuto cristianamente più accettabile e dignitoso), sostenuto dal cons. comunale Francesco Gardin democristiano ma energicamente contrastato in Consiglio Comunale da mio padre Giulio Camillo Andreatta, esponente del MSI, molto affezionato a quel curioso nomignolo onomatopeico che, disse, tramandava il procedere degli stivali del Duce nel fango della palude. Anche le parrocchie di Borgo Montello (già Conca) e Le Ferrriere (con la Cascina Antica ove fu martirizzata la fanciulla (proclamata santa nel 1950) Maria Goretti) sottostavano alla stessa diocesi castellana ed erano pure affidate agli orionini, rispettivamente a don Cesare Boschin (misteriosamente assassinato in canonica a metà degli anni novanta) e a don Quirino Iori (successivamente lui stesso – transitato nel clero diocesano – parroco del nostro Borgo Bainsizza per oltre un trentennio). Con mons. Domenico Pecile, primo ordinario della nuova diocesi di Latina-Terracina-Sezze e Priverno, mi sarei personalmente adoperato per un cambio di giurisdizione proponendo che passassero sotto la Curia di Latina Borgo Bainsizza, Borgo Santa Maria, Borgo Montello e Le Ferriere mentre Campoverde, in comune di Aprilia, sarebbe dovuta passare come compensazione sotto la Diocesi di Albano. E così sarebbe avvenuto… Unico con i miei capelli biondi, ispidi come un porcellino riccio, io dovevo passare frequentemente per le mani di Zoilo De Grandis, il barbiere mio padrino. Lui sapeva rendermi accettabile alla società, secondo l’opinione di mia madre. Usava una macchinetta tosa-capelli che si inceppava di continuo ed io, allora, urlavo come un ossesso ma mai che l’avessi vinta… Normale, così, che crescessi invidiando le chiome dei miei compagni. Sarà stata quella macchinetta difettosa ad abituarmi alla sofferenza e a forgiare spartanamente il mio carattere? © – Sergio Andreatta, 769 Storie di Pionieri, Aurore Ed., Latina, ppgg. 156, 2014, II Edizione 2015.