Madre Camilla, Missione Esmeraldas

Madre Camilla, Missione Esmeraldas

Missione Esmeraldas (Ecuador)

Natale 2016

Carissimi Amici e Benefattori dei miei Poveri di Esmeraldas,

 

               i terremoti hanno fatto tremare le terre, scuotere i nostri cuori, assediare le nostre certezze ma ci ritroviamo ancora vivi. Le sventurate esperienze non hanno intaccato minimamente la nostra fede, anzi… e ogni giorno ci hanno fatto riflettere sulla fragilità della vita e sulla necessità della solidarietà, soprattutto con chi si affanna nel bisogno.

Dopo il fatidico 16 aprile 2016, in cui abbiamo patito un terremoto di 7.8 gradi della scala Richter e le strane visioni in cielo, mai viste prima, ci hanno indotto a pensare a una fine ormai prossima, è cominciata un’era nuova. Poco a poco si è ristabilita la normalità e si è sviluppato in noi il comandamento di “cosa si può fare per chi ha perso tutto”. Suor Teresa, una comboniana operante nell’unità Educativa “Don Bosco” ha così proposto ai genitori e agli alunni il progetto “Un mattone per la ricostruzione delle scuole di Muisne e Chamanga” totalmente devastate.

Madre Camilla, missione

Madre Camilla, missione

Grazie all’aiuto ricevuto dalle associazioni Comunità Emanuele di Moscufo (Pescara), Associazione Alito di Ancona, dal Gruppo Missionario di Sommacampagna  e  Povegliano (Verona)  abbiamo potuto aderire anche noi al progetto e in più aiutare alla  ricostruzione di 4 casette familiari nella Città di Esmeraldas.

Nel Centro Medico con la collaborazione di tutti, medici e  non, ci siamo impegnati a dar vita alle “Brigate mediche” per i villaggi del Comune di Muisne. Oltre all’attenzione medica offriamo gratuitamente le medicine. Giugno,  settembre e novembre ci hanno visto particolarmente impegnati in questa missione. La gente dei villaggi ci ha accolto con affetto e riconoscenza e così noi ci siamo rallegrati con nostro Signore. Non potete immaginare quanto conti per questa povera gente, bistrattata dalla sorte, sentire la vicinanza e recuperare un po’ di normalità, di serenità e di salute. Anche questo è Natale.

Uno dei segni d’identità della Chiesa nel mondo, specialmente nei paesi di Missione è, come noto, da sempre l’impegno per lo sviluppo humano dei popoli. In molti paesi i missionari e le missionarie sono stati i pionieri nell’impulso di strutture sociali per l’educazione e la salute e nel migliorare il livello di vita delle popolazioni meno favorite.

Madre Camilla tra i suoi ninos

Madre Camilla tra i suoi ninos

Dallo stesso impulso missionario sono nate le opere che portiamo avanti in Esmeraldas, con il vostro aiuto.

EDUCAMY: continua con 280 adozioni a distanza: 138 nelle Elementari, 55 nelle Medie, 56 nel liceo e 31 sono gli studenti universitari sostenuti;

HOGAR CAMPESINO: ospita quest’anno 25 bambini: 19 frequentano la scuola Elementare e 6 le Medie;

VASO ROTTO: 12 sono i nostri bambini che frequentano la Scuola Speciale “Giovanni Paolo II” e 15 gli adulti che usufruiscono gratuitamente delle medicine psicotrope.

Un giorno un uomo camminava per la strada di una città chiedendosi come potesse essere la sua vita quando vide una bambina affamata, sporca e infreddolita dentro i suoi vestiti stracciati.

L’uomo si irritò e rivoltandosi verso Dio esclamò: “Perché permetti, Signore, queste cose? Perché non fai niente per aiutare questa povera bambina?”

In quel momento Dio non gli rispose. Durante la notte, però, quando meno se l’aspettava, sentì una voce nel suo cuore che rispondeva alle sue domande: “Certamente che ho fatto qualcosa. Non ho creato te?”

Dio, Padre misericordioso, ripone grande fiducia nelle persone tanto da mettere nelle loro mani la possibilità di aiuto. Così anche nelle nostre mani c’è la cura degli altri, specialmente di quelli in gravi difficoltà. L’unico modo di conoscere veramente le persone è quello di accostarsi ai loro problemi.

Il nostro Vicariato di Esmeraldas, a ricordo del Giubileo della Misericordia, ha voluto che si costruisse il Santuario del Signore della Misericordia che è stato consacrato nella periferia della Città il 6 novembre scorso. A fianco della chiesa una Comunità di Missionarie Comboniane è già pronta ad accogliere i pellegrini provenienti da tutto l’Ecuador.

Pastorale missionaria, Madre Camilla Andreatta

Pastorale missionaria, Madre Camilla Andreatta

E per finire Vi giunga il mio augurio sincero e affettuoso per un anno pieno di grazie.

 

Sr. Camilla Andreatta

Missionaria Comboniana in Ecuador

Sergio Andreatta, Camilla, Missione Esmeraldas, Aurore Ed., 2015.

Sergio Andreatta, Camilla, Missione Esmeraldas, Aurore Ed., 2015.

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Tributo ad un “Angelo del fango” dell’ALLUVIONE DI FIRENZE di cinquant’anni fa. Irruento, incontenibile, violento, sporco, molto sporco e puzzolente l’ARNO, era appena sceso dall’Appennino per diventare  nemico e aveva invaso e occupato la città gigliata per saccheggiarla, i suoi Lungarni, le sue strade, le sue piazze, le botteghe, le chiese, la biblioteca, mettendo a repentaglio l’immenso patrimonio artistico dell’umanità. Il mio compagno di banco della IV C dell’Alessandro Manzoni al Palazzo M di Latina, era un toscano di Firenze. Venne a scuola quel 5 nov. 1966 per l’ultima volta e poi non più per un mese. Appena seppe, e lo stesso Presidente della Repubblica Saragat sarebbe stato informato il 4 con molte ore di ritardo quasi che  se non si sapeva il fatto non esistesse, non trovò freni alla sua preoccupazione e (mentre noi più che fare qualcosa ci limitavamo alla compassione senza cogliere l’immediata opportunità di un nostro fattivo intervento) lui decise di partire subito per portare soccorso alla sua città stuprata, alle persone, ai libri, alle opere d’arte inondate. Sicuramente SALVINI non sarà diventato un preside / dirigente scolastico come me e alcuni della nostra classe ma io lo voglio ricordare oggi e lo ripropongo a chi l’ha conosciuto e a tutti come un ragazzo normale, generoso, di grande azione, un maestro della solidarietà. Nel cammino della sua vita in quei giorni umidi la sua fiaccola si sarebbe accesa anche per noi. E così mi piacerebbe immaginare che a Palazzo Vecchio, davanti alle autorità e al presidente del Consiglio Renzi, ci fosse oggi anche lui. © – Sergio Andreatta (foto url da Wikipedia.it )

3rd Nov, 2016

Il giorno dei morti

Conca - Borgo Montello

 Conca – Borgo Montello

Il 2 novembre 1957 io avevo 10 anni e mio padre era morto qualche mese prima per un incidente motociclistico sulla via del Consiglio Comunale. Il giorno di vacanza non era venuto così ad addolcire la profonda tristezza della commemorazione. Subito dopo pranzo ero pronto a inforcare la mia bici. In strada Piano Rosso c’era il podere dei nonni materni, quasi sempre dovevo attraversare il fango scivolato giù dalla collinetta per le piogge. Le foglie giallo-rosse dei platani tappezzavano le sponde. Dovevo star attento a non far slittare le ruote, poi sul ponticello della Femmina Morta mi fermavo per vedere se sul greto ci fosse veramente quel corpo abbandonato. Tutti asserivano che c’era, ma io non l’avrei mai visto ed ero pure contento di non vederlo. Mi specchiavo nella poca acqua che il torrentello, se non aveva piovuto, tributava al vicino corso dell’Astura e ripartivo. Ecco l’antico arco di Conca e proseguendo arrivavo subito al poggio del campo santo cinturato da un alto muro di tufo. Con me non portavo mai ne’ fiori ne’ candele. Mi fermavo davanti ad ogni lapide per parlare con le foto quasi sempre sorridenti dei morti, una preghiera breve per ognuno e via. Nonna Luigia, affondata in una poltrona di legno resa comoda da tanti cuscini, aspettava il mio ritorno per incominciare la recita del Rosario cui nessuno della famiglia poteva mancare se non i primi influenzati della stagione. Il profumo delle caldarroste anticipava la fine del rosario. Nei bicchieri fumava già il vin brulè. La serata trascorreva nel ricordo dei morti, se ne evocava il profilo e questo era, per noi piccoli, l’unica occasione di conoscerli meglio. Sergio Andreatta

Conca - Borgo Montello

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Lago di Sant’Antonio, il lago scomparso  

di  Sergio Andreatta   (754)

“Dall’I.G.M. del 1936, a bonifica quasi fatta, il lago di Sant’Antonio c’è ancora; così come la palude del Vottero o Bottero tra Valmontorio e la foce dell’Astura”, scrive su Facebook con evidente sorpresa l’arch. Francesco Tetro cui rispondo brevemente: “Il Lago di Sant’Antonio, a Borgo Bainsizza, e’ esistito ben oltre quegli anni, fino al 1955. Fin quando qualcuno, dei viticultori baresi, ha deciso di farlo sparire facendo defluire le sue acque nell’Astura per… dei miglioramenti agricoli privati …” e poi “Piu’ interessante mi sembrerebbe sapere se quegli sbancamenti fossero autorizzati da qualcuno o non fossero invece abusivi, come credo, e lesivi dell’interesse generale e dell’equilibrio ecologico del territorio. Qualcosa in proposito si rinviene anche nel mio primo romanzo “769. Storie di pionieri”, Aurore, 2014, anche in  www.ibs.it ” E l’arch. Ugo De Angelis così aggiunge: “Del lago di Sant’Antonio ho la storia completa compreso gli originali progetti scaturiti dalle mie ricerche che ho chiesto di pubblicare, ma mi sembra che questo argomento è tante altre storie inedite del nostro territorio non interessino a nessuno. Comunque se volete saperne di più qualcosa ho pubblicato sul volume progetto SPACE, che come più volte ho cercato di pubblicizzare dal 2007 è consultabile presso la biblioteca comunale”. Ed io: “Lungo il corso del fiume Astura sono state progettate e realizzate negli ultimi 60 anni diverse trasformazioni ambientali, non credo tutte autorizzate dalle varie Autorità (anzi penso per lo più abusive e gravemente pregiudicanti i delicati equilibri ecologici preesistenti) che noi del posto conosciamo purtroppo bene. Così più a nord di un solo chilometro verso Le Ferriere la “sistemazione del bacino” ( a Canneto di Rodi con devastanti movimenti di terra) ancora 30 anni fa in Valle d’Oro, ora Valle della Speranza, per la realizzazione del noto ristorante immerso nel corso tanto reclamizzato dalle TV locali, ristorante location leader per cerimonie (matrimoni, etcc… ). Così è scoprire letteralmente… l’acqua calda o cadere dalle nuvole per queste paradigmatiche differenze in cartina (col lago riportato ancora oggi come esistente in alcuni atlanti). Il bacino del Lago (più a sud di 500 m.) non coincide, tra l’altro esattamente, con quello della discarica. E sul bordo del lago, sopra un’alta schiena d’asino sorgeva, ma esiste tutt’ora, il Casale Nuovo precedentemente citato in un altro post dell’arch. Tetro (come una delle stationes in merito all’ipotetico percorso dell’antica Severiana per il tratto, dopo Anzio, verso sud fino a Circei e Terracina) peraltro senza sapere dove esattamente esso si trovasse. La Valle dell’Astura, “culla della civiltà pontina”, incrocio commerciale e culturale di popoli (etruschi, volsci, latini ma anche di commerci marittimi greco-micenei) con primarie testimonianze archeologiche (il “Lapis Satricanum” è ritenuto la prima testimonianza scritta della lingua latina), è stata vandalizzata dalle ragioni politico-economiche della bonifica integrale e dalle pseudoesigenze della modernità (viticultura intensiva, discariche d’immondizie, Al Karama, ecc…). E pensare che erano già state condotte delle documentali campagne di scavo dagli olandesi (da qualche anno coordinati dalla prof.ssa Gnade) impegnati a Satricum già da fine Ottocento (acropoli, tempio della Mater Matuta, stipa votiva,…) e indagini sul campo da parte di alcune altre università (Sant’Orsola Benincasa, ecc…), con ricerche anche stratigrafiche (già dal 1934) , che testimoniano la preziosa presenza dell’uomo nel sito da almeno 5000 anni, se non più. Lì si è lasciato perpetrare un vero crimine ambientale e culturale, una devastazione al patrimonio dell’umanità di cui purtroppo, non si avverte ancora la reale percezione. Una mia stessa poesia degli anni settanta (“Imaginaria Satricum” pubblicata in Eucalyptus (Lucania Editrice, 1980),particolarmente apprezzata da Stanislao Nievo) denunciava già il misfatto consumato, nefandezza che sarebbe continuata nel disinteresse politico-amministartivo negli anni successivi in alimento ai vari interessi particolari. Una vandalizzazione culturale da condannare severamente, un immenso scandalo politico che chiama in causa le varie Amministrazioni comunali che si sono succedute nel tempo e per me anche un reato imprescrittibile! © Sergio Andreatta

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Ho trattato già negli anni scorsi questo argomento con altri articoli rintracciabili  in questo stesso blog.

http://www.presentefuturo.org/vi-racconto-space-progetto-pilota-per-la-valorizzazione-e-riqualificazione-culturale-e-ambientale-per-uno-sviluppo-turistico-sostenibile-dellambito-territoriale-denominato-parco-sa/

 

8th Ott, 2016

Clandestini a bordo

LATINA. Clandestini, migranti o chi sa che…

Al fatiscente ex bar del Mercato settimanale o in altri molteplici punti della città, ma chi sono?

Non c’è più il controllo del n/s territorio, verrebbe da pensare.66083_1599103188339_6429041_n66083_1599103148338_4348303_n-166083_1599103228340_7596819_n

Emblematiche le mie foto di 6 anni fa (vi ricorderete l’episodio) in cui si vede lo scafo-carretta egiziano approdato nella notte sulla spiaggia di Capoportiere davanti il parco giochi dei bambini. Fu lo sbarco/invasione di oltre 50… saraceni. Non è per razzismo che rievoco ma per senso stretto dell’emergenza sociale.

Era l’annunciazione di un esodo (di necessità?) o piuttosto soltanto di un lucroso business mai sufficientemente capito e contrastato? A che serve la sola pietà (o finta pietà’ dei politici che spesso copre affari poco chiari)? Servirebbero significative e condivise linee di buona politica estera (UE) che ancora mancano. Mi sembra di dire un’ovvietà. Linee di accoglienza per chi ne abbia veramente (magari temporaneamente) bisogno, linee di inflessibile respingimento per i più che non hanno requisiti di primaria necessità. L’accoglienza indiscriminata è sempre foriera di gravi problemi per la società, se non va pure a coprire e a giustificare talvolta anche reati. La gran parte di questi migranti hanno indubbie difficoltà (di lingua, cultura, religione, sensopercezione,…) a integrarsi, ignorano totalmente la nostra Costituzione, i suoi principi, gli inclusi diritti e doveri. A lungo andare, pensando che tutto gli sia gratuitamente dovuto, perdono molti il senso dell’iniziale riconoscenza per diventare talvolta arroganti e violenti, seppure non vanno ad intrupparsi o non attivano in proprio i circuiti della delinquenza.

La sveglia di Oriana Fallaci ci ha lasciato addormentati, completamente indifferenti? Umanità non è tollerare l’illegalità, il reato, la sporcizia, l’indecenza, lo spaccio di droga, il rischio di terrorismo… Girare la testa da un’altra parte? E’ il flusso emorragico inarrestabile, la massa degli approdi che preoccupa. E l’Italia umana, molto umana, può permettersi che gli slitti addosso tutto il continente Africa o magari anche parte dell’Asia?

Da cristiani aiutiamoli nelle loro terre, sosteniamoli nel loro sviluppo nazionale, ma andiamo anche politicamente a stroncare i flussi affaristici e schiavistici ben evidenti. Abbiamo sempre aiutato e continueremo a farlo (e non deve essere un obbligo morale dei soli cattolici, questo), ma non facciamo gli struzzi, per favore. Qualcosa di Oriana Fallaci sarà culturalmente pur valido in questo contesto, checché ne dica il nostro amatissimo papa Francesco. Sì, abbiamo il coraggio di uscire da certe ambiguità gesuitiche.  Sergio Andreatta

Anjeze Gonxhe Bojaxhiu, quell’esile donnina nata a Skopie nel 1910, umile, curva, rugosa ma determinatissima nel suo cammino di carità verso i poverissimi, con lo sguardo dei suoi occhi, con l’amorevolezza delle sue mani ha reso il nostro mondo più largo, più accogliente. “Sono solo una matita nelle mani di Dio”, diceva. Che il suo supremo insegnamento cambi il corso dei nostri pensieri. E sarebbe una nuova bellezza e sarebbe grandezza. Madre Teresa di Calcutta è una delle poesie più belle che io abbia mai sentito attraversare la mia generazione. Come i meli del frutteto Lei ha donato a tutti, senza trattenere mai una mela per sé o in più per coloro che avessero meriti più grandi degli altri. Col filo bianco e col filo nero del suo telaio lei e le sue Missionarie della Carità (1950) hanno rivestito mille uomini sollevandoli dalla polvere delle loro nudità non soltanto spirituali. Padre Pio e Madre Teresa sono stati semplicemente uomini come noi, con i loro limiti e per questo sono stati anche criticati. Padre Pio da Padre Gemelli e Madre Teresa da Christopher Hitchens nel libro “La posizione della Missionaria”. Ma si sono sforzati di imitare Cristo (che era lui stesso un uomo) e di correggersi di continuo dai loro difetti. La santità sarà un traguardo ma prima di tutto essenzialmente è un cammino, quello di Madre Teresa condotto prevalentemente nell’India degli emarginati. Le porte del loro cuore sono state sempre aperte ai poveri, ai diseredati, a coloro che avevano fame e sete di pane e di giustizia, pronti alla misericordia verso chi sbagliava, verso chi peccava. Nel 1979 veniva conferito alla suorina il Premio Nobel per la pace. Nelle infinite variabili della sua carità Madre Teresa ha dato non soltanto la sua attenzione alla persona che le stava davanti ma ha donato tutta se stessa. Come continuano a fare le oltre 5300 Missionarie della Carità. No, questi due grandi santi moderni non vanno però semi-divinizzati (la canonizzazione di M. Teresa morta il 5 settembre 1997 è avvenuta il 4 settembre scorso ad opera di Papa Francesco) ma sinceramente onorati per quello che rappresentano e non soltanto per il mondo cattolico.  Sergio Andreatta, 06.09.2016, su Face book.

LIBERTAS ET LICENTIA…

La nostra società italiana sta attraversando, ormai da diverso tempo, una crisi antropologica per cui non mi pare vi sia più ragionevolezza, per così dire, sufficiente “buon senso”, in ogni genere di confronto. L’avversario, o in generale chi la pensa diversamente (poco importa che si tratti di un oppositore politico o di altro genere), viene puntualmente demonizzato, insultato o vilipeso che dir si voglia. È sufficiente leggere certi commenti su Facebook per rendersi conto del degrado mentale e verbale di molti nostri connazionali. E dire che i latini, nostri illustri antenati, distinguevano la cosiddetta “libertas” dalla “licentia”.

La libertas per loro indicava la speranza che la persona coltiva di poter essere in relazione, cioè “filius liber”. La libertas, in quanto legame filiale, esprimeva, dunque, in quella cultura, l’essenza di una relazione indissolubile. La licentia, invece, era considerata come la speranza di poter affermare liberamente la propria volontà, incondizionata, senza per così dire, che vi fosse alcun freno inibitorio. Ecco che allora, per i romani, duemila anni fa, la libertas designava, concretamente, la condizione del cittadino libero ma soggetto alle leggi, mentre la licentia, esprimeva l’atteggiamento sfrenato e arrogante di chi credeva di potersi permettere tutto ed essere al di sopra del diritto.

A me pare che, oggi, vi sia proprio questo fraintendimento: si confonde la libertas con la licentia. La posta in gioco è alta perché la libertas implica il primato della relazione sugli individui. A questo proposito mi ha molto colpito quello che disse Massimo Cacciari, anni fa, nel corso di un suo intervento al Convegno di Studi delle Acli (Vivere la speranza nella società globale del rischio,Orvieto, 5 settembre 2003): “Tutta la nostra cultura è basata sull’idea che prima si danno gli individui e poi si crea la relazione. La libertà implica questo paradosso: che prima è la relazione e poi sono gli individui.” Peraltro – ma questo è solo un inciso -il ragionamento di Cacciari ha anche un suo riscontro teologico nel mistero trinitario; basta leggere Sant’Agostino. Una cosa è certa, il deficit di libertas compromette le nostre relazioni e acuisce l’incomunicabilità. Pertanto, sarebbe cosa buona e giusta se vi fosse maggiore assunzione di responsabilità da parte di tutti . Padre Giulio Albanese

Commenti

Angelo Pinna In tale crisi antropologica son coinvolto in prima persona e infatti reagisco anch’io in modo irrazionale (quanto meno a livello verbale ) nei confronti di chi pensa diversamente da me e dimostra atteggiamenti e comportamenti liberticidi e antidemocratici. Mi rendo conto che però è consuetudine anche a livelli sociali più alti usare termini e comportamenti “licenziosi” , proprio nei termini espressi da Giulio .

Corrado Bergamini
Corrado Bergamini Caro Giulio e’ verissimo ciò che dici, ma citi una persona che ha la Licentia di dire ciò che vuole e se per caso lo contraddici o non sei d’accordo diventi subito arrogante, stupido e quindi da eliminare. In Italia, caro amico mio del Lido dei Pini (che bei ricordi), ha la Licentia solo chi e’ radical-chic o ha la bandiera della pace esposta sulla finestra ma che poi e’ la prima persona che chiama l’assessore per farsi spostare i bidoni di spazzatura sotto casa o per farsi condonare la tettoia o la piscina a Capalbio o per farsi mettere il parcheggio invalidi davanti il portone di casa. Io direi che sarebbe cosa buona e giusta ricevere e dare una ottima educazione civica e del rispetto della libertà’ altrui, non della propria.
Luigi Setaro
Luigi Setaro Mi permetto di aggiungere solo una considerazione. L’assunzione di responsabilità, secondo me, consiste anche nel prendersi la “licentia” di manifestare il proprio pensiero senza autocensurarsi, invece si assiste sempre più alla rinuncia di questo canoAltro…
Roberto Bàrbera
Roberto Bàrbera Temo Giulio che tu sia troppo colto e profondo. Io più banalmente credo che per qualche misterioso motivo la società italiana sia ormai eterodiretta da imbecilli e che l’unico titolo di merito oggi riconosciuto sia quello. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono vedere).
Raffaele Giannini
Raffaele Giannini Il dominio mediatico culturale ha spacciato subcultura a piene mani, nel corso degli anni, ed oggi sperimentiamo il vuoto intorno a noi, l’ ideologia neoliberista la fa da padrona, che impone il profitto a qualsiasi altrui costo.
Emanuela Ulivi

Emanuela Ulivi Condivido. Aggiungo solo che la libertà ha dei costi e comporta uno sforzo, la licenza è un po’ più a buon prezzo. Chi ha barattato l’una per l’altra? Non lo so, so però che la politica, col suo linguaggio e le sue battaglie a furor di consensi, ha dato una bella mano.

Sergio Andreatta

Sergio Andreatta
                                                                                      Sergio Andreatta

Sergio Andreatta Per questo degrado (abbassamento di grado e di livello da libertas a licentia) culturale e morale di chi la colpa? Se diciamo “antropologia” diciamo tutto e niente, l’antropologia culturale dovrebbe solo servire a comprendere i fenomeni, ad analizzarli poi per la parte costruttiva (pars construens) dovrebbero entrare in ballo le facoltà operative (politiche, sociali, educative, religiose,…). “Per Regola e Progetto” è stato il motto orientativo del Piano dell’Offerta Formativa dell’Istituzione scolastica da me diretta. Da tre anni sono in pensione dopo 35 da dirigente scolastico e scopro con rammarico che “Tutto è possibile” è andato a sostituirlo. Senza percezione della propria finitudine, senza senso laico delle regole e degli altri nessuna educazione ritengo possibile. Allinearsi è diventato così meno faticoso per genitori ed insegnanti ma anche i preti che spesso cedono ad una pastorale discutibile si fanno sfuggire gli adolescenti. Appena qualche mese dopo la cresima quanti di questi continuano a frequentare gli ambienti parrocchiali? Distratti dalla vita che in questo caso vorrebbe dire quasi sempre dalla scoperta del sesso e delle sue attrazioni? Un vago ed indefinito senso di religiosità a misura della propria senso-percezione va mano mano a sostituire la dimensione religiosa più profonda dell’infanzia, ora ci si appaga al massimo con semplici, formali pratiche. C’è un ritorno più evoluto, rispetto al suo primo manifestarsi puerile, di egocentrismo. La compulsione instillata dalla tradizione (che ora si dice inventata) precede di poco l’abbandono totale delle pratiche. Si abiura da quanto insegnato dai grandi per la scoperta personale. Al principio era la religione, il legame socioculturale, l’educazione possibile, ora nel “tutto è possibile” una forma di educazione è quasi diventata insostenibile se non per un processo autonomo di autoeducazione ma la maggioranza dei ragazzi preferisce vivere nella movida del suo stato brado. Situazione non ribaltabile? Non decolpevolezziamoci distribuendo colpe e randellate agli altri. E non serve neanche solo ragionare, diventa sterile. Mettiamoci piuttosto in gioco e salviamo almeno la nostra famiglia e sarebbe tanto se tutti lo facessero… Ogni cucciolo nasce in un nido, anche il bambino per la sua igiene mentale ha bisogno delle cure materne e nel suo allevamento di una famiglia affettuosa ed equilibrata ma anche giustamente autorevole, di genitori che non pecchino di iperprotettività e di lassismo. L’iperprotettivo stenta a riconoscere l’altro, il lassista non corregge dagli errori e facilita la costruzione di un processo educativo dove dove tutto, purtroppo, è aberrantemente reso possibile. E’ l’inizio della licenza e di una nuova cattiva vita perché male impostata. La società non è più autoregolante come un tempo e la folla è solitaria come scrisse D. Riesman mentre paradossalmente l’individuo, orientato alla spasmodica ricerca di successo, diventa inconsapevolmente ogni giorno di più eterodiretto e condizionabile. Sergio Andreatta

Letizia Santangelo

Letizia Santangelo A me sembra molto evidente e per nulla paradossale che la relazione venga prima dell’individuo. E altrettanto evidente mi sembra che la relazione con se stessi venga necessariamente, e non solo per necessita’ logica ma anche esistenziale, prima della relazione con gli altri. Questo è più un concetto greco che latino o prima greco e poi latino, ma il risultato non cambia, si approfondisce solamente.

Andrea Giansanti

Andrea Giansanti Mi permetto qualche riflessione. La relazione prima dell’ individuo; questo è il frutto maturo della stagione strutturalista (v. in matematica il bourbakismo), che a sua volta è stata generata da una derivazione dell’ illuminismo: ragione, ragione analitica, logica e infine formalismo. Se la relazione è struttura che emerge, dinamicamente, storicamente, dagli scambi e dalle interazioni degli individui e non archetipo, valore non negoziabile, idea metastorica allora sia il principio di ragione che il richiamo – specifico di una riflessione giuridica di matrice cattolica (Paolo Grossi) – al principio di ragionevolezza sembra possano conciliarsi. Il ricorso al principio di ragionevolezza, è un richiamare, al di là del formalismo giuridico normativista (di presunta derivazione illuminista tendente agli assiomi astratti: ad es. la legge è uguale per tutti), la considerazione dei singoli volti, delle singole storie; comprendere l’ eccezione e la regola. Come vedi, padre Giulio, le mie parole sono piene di antipatici ismi. Se tu volevi richiamarci ad un principio di responsabilità per cui se uno la spara grossa (senza rispetto, senza competenza, in un delirio di ridicola soggettività) poi ne deve rispondere (sarebbe interessante saper dire a chi?), allora siamo d’ accordo ben oltre i modi dell’ espressione. E questo accordo unisce sia i sacerdoti laici della ragione che chi si richiama alla ragionevolezza cristiana. Ma la ragionevolezza è cristiana? E’ cristiana la distinzione tra libertà e licenza? Su questo ho molti dubbi, che sono lontano dall’ aver chiarito a me stesso;…forse dovrei rivolgermi ad un gesuita.

Sergio Andreatta

Sergio Andreatta E’ un sofisma che i gesuiti sappiano chiarire meglio di altri pensatori. Piuttosto sarei s’accordo con Andrea Giansanti sugli interrogativi: “Ma la ragionevolezza è cristiana? E’ cristiana la distinzione tra libertà e licenza?” Avrei anch’io i miei dubbi. Si è cristiani per fede, non per ragione. E “la fede – secondo la Lettera agli Ebrei II lettura di domenica scorsa 7 agosto – è fondamento di ciò che si spera e prova (per chi crede) di ciò che non si vede.” Sergio Andreatta

 Sergio Andreatta

Per altri commenti vai alla Pagina Face Book di Padre Giulio Albanese.

Attenti a quei due!

Con maggiore ricorrenza le foto su FB di Latina testimoniano continue schifezze e la maleducazione civica quotidiana, roba da mettersi le mani nei capelli. Il commento più spontaneo: è mai possibile? Davvero ci siamo abbrutiti così tanto? Versamenti, abbandoni, vandalismi, distruzioni gratuite, incendi tra i palazzi… Colpa della scuola che non insegna, si dice. Colpa della famiglia che ha smarrito certi valori educativi, dico io, e della società (e quindi rimarco anche della scuola) non più riconosciuta e vissuta come prossimale comunità di appartenenza. Ieri sera andavo a versare il sacchetto delle plastiche… Da Piazza Moro verso Santa Chiara i fari della mia 600 incrociano due sagome scure, la camminata è strana con evidenti impennate da spacconi. Mi fermo ad osservare meglio i due, stringono tra le mani mazze di baseball che roteano per aria. Il più giovane anche uno zainetto sulle spalle, che cosa conterrà? Semi di oppio? Si guardano intorno pronti a colpire. Vanno verso le panchine davanti la chiesa. Immagino che possano massacrare di botte chi vi trovino sdraiato. Mi preoccupo. Svolto l’auto e li seguo a 20 m. di distanza. Mi paiono due indiani alticci, ubriachi, forse drogati. Per fortuna le panchine sono deserte. Svoltano davanti al monastero e poi davanti al forno di Salvucci. All’angolo con Via degli Aurunci si fermano e fanno capolino per accertarsi che io li stia veramente seguendo. Sì, se ne sono accorti e così tagliano verso la chiusa via degli Elleni continuando a roteare con maldestra minaccia le loro mazze. Convergo e continuo a seguirli con la luce dei fari. Sotto i portici, dalle poste nuove, mi viene incontro una coppia in cerca di arie fresche serali, la avverto del rischio in cui può incorrere. Sono solo le 22,30. La coppia mi ringrazia e prudentemente devia in direzione opposta. I due extracomunitari (e scusate se continuo a chiamarli così anche se non è tanto politicamente corretto, tanto più cristianamente) proseguono a zig-zag per i fatti loro strusciando con le mazze tubi e ringhiere e tutto quello che incontrano. Non mi stacco dai loro talloni, alla fine deviano per il buio-pesto (neanche un lampione lungo tutta la strada) di Via dei Romani o s’imboscano tra gli eucalyptus in fondo Via degli Elleni verso Via dei Fenici. Siamo nell’oscurità più impenetrabile (che li disperde e li protegge) di un’area già’ ripulita che si e’ nuovamente ripopolata di bulgari, rumeni e altri disperati cerca-mondo o chissà-cosa. Sergio Andreatta

7th Lug, 2016

Ricordando Marietta

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114 anni fa il martirio della ragazzina.
Non il primo e neanche l’ultimo caso di  femminicidio.

Una ragazzina dell’età di fine prima media, orfana di padre, vive con la mamma e i fratellini in una cascina della Campagna Romana.

Con la sua famiglia ne convive un’altra, comune l’origine marchigiana di Corinaldo e la sorte esistenziale, il lavoro della terra del conte Gori Mazzoleni. Il 6 luglio fa caldo nell’Agro Pontino, ancora oggi come allora. Tutti sono sui campi.

In casa, a sfaccendare nella cucina condivisa con l’altra famiglia, c’è lei. Goretti e Serenelli, destini incrociati di chi convive e  condivide tutto. Alessandro, di qualche anno più grande, l’ha vista crescere da che i Goretti sono sopraggiunti da Palliano e se ne è segretamente innamorato a modo suo. Vorrebbe stringere, fidanzarsi, insiste per averla. Ma lei ha in testa i principi della morale cristiana e le sue limpide idee. Così gli dice no, crescendo poi magari si vedrà.

Però lui insiste, ha paura di perderla, è colto da passione violenta, la vuole subito. E’ in preda ad un raptus sessuale. Lei si oppone, rifiuta lo stupro, ferma anche di fronte al pugnale che lui brandisce e ormai non ferma più. La piccola virtuosa cade a terra insanguinata… Il cuore di Mamma Assunta e dei fratelli corre per lo stradone alle grida, la scena è straziante. Durante l’agonia all’ospedale di Nettuno troverà la forza di perdonare il suo amico Alessandro, di desiderarne il pentimento ma anche una vita nuova insieme in paradiso.

Il martirio avvenne il 6 luglio di 114 anni fa a Le Ferriere, a due chilometri in linea d’aria dal podere 769 dove sono nato.

Lo strenuo eroismo di Marietta a difesa di una verginità, oggi così poco considerata, l’ha fatta assurgere agli altari diventando santa nel 1950 per decreto di papa Pio XII. Un esempio molto attuale di tenace resistenza alla sopraffazione e a tutela della propria dignità personale, una vita breve imperniata intorno alla fede cristiana. Nella parete di destra della Chiesa di San Francesco d’Assisi di Borgo Bainsizza, sulla via del pellegrinaggio che annualmente si compie alla vigilia, ho voluto, con la benevola complicità del parroco don Quirino Iori, che il mio amico, l’artista rumeno Valentin Timofte raffigurasse a modo suo la scena del martirio. Oggi Latina ricorda e onora la sua compatrona, la piccola Santa Maria Goretti.       Sergio Andreatta

DALLA TERRA DI MISSIONE
Esmeraldas, 18 Giugno 2016

Carissimi Amici,

eccomi a Voi per dirvi che, nonostante le continue scosse e scossette, stiamo bene.
Già ci stiamo abituando al movimento tellurico e cerchiamo di guardarlo con serenità.
Intanto ci siamo voltati intorno per poter dare una mano a chi ha perso tutto…
E’ partita dall’ Unità Educativa “Don Bosco” l’iniziativa: Solidarietà= un blocchetto per la ricostruzione delle scuole di Muisne e Chamanga.
Anche noi Comboniane abbiamo aderito al progetto con 300,00 dollari subito, sperando di poter fare di più… Il blocchetto costa 40 centesimi di dollaro.
Ieri abbiamo visto con gioia partire il primo camión per Chamanga con 1.000 blocchi. Sarebbe bello poter estendere il progetto a tutte le nostre scuole cattoliche della Provincia, dove studiano più di 25.000 alunni. Vedremo il da farsi.
Noi, come Centro Medico, stiamo organizzando alcune “Brigate Mediche” con lo scopo di raggiungere nelle prossime domeniche i villaggi più lontani dove non c’è la possibilità di avere un medico a portata di mano. Abbiamo ricevuto dalla solidarietà di altre Province dei medicinali che possiamo distribuire gratuitamente.
Un saluto a tutti Voi che sentiamo vicini con tutto ilvostro affetto.
P.S. Ieri sono partiti altri due camion di blocchetti con questi siamo arrivati a quota 2.800 e mentre gli studenti frequentano la scuola sotto le tende, da parte del Vicariato (Chiesa di Esmeraldas) si è già cominciata la ricostruzione delle aule.
Grazie Amici che ci aiutate e che ci siete vicini.

Sr. Camilla Andreatta
Missionaria comboniana in Esmeraldas

LA HORA
El colapso de varias paredes del cerramiento de la Unidad Educativa ‘Eloy Alfaro’, de la ciudad de Esmeraldas, pone en riesgo la seguridad e integridad física de los alumnos, donde predomina la presencia de mujeres.

La vulnerabilidad de estructuras y mampostería también se extiende a los bienes de uso público que ahí se guardan. “En la actualidad, los delincuentes se llevaron guitarras y pianos”, según lo hizo público el rector de la Unidad, Lorenzo Bedoya Fuentes.

El daño de la estructura está desde el terremoto del pasado 16 de abril, que además afectó a otros 71 centros educativos de la provincia y que en muchos de los casos y, pese a que han transcurrido 75 días desde que ocurrió el movimiento sísmico, todavía no son reparados.
Todos en clases

Sin embargo, el peligro no impidió que se iniciaran las actividades educativas el pasado 2 de mayo como estaba previsto por el Ministerio de Educación. Desde ese día, 74 mil 474 alumnos desde primero de Educación Básica hasta tercero de Bachillerato están en los centros de estudios.

El Ministerio de Educación elaboró una planificación de tres etapas para garantizar la tranquilidad y seguridad de los niños y niñas. Durante el primer mes se programaron actividades de soporte socioemocional y programaciones recreativas; también se están realizando simulacros de cómo reaccionar y protegerse ante eventos adversos como terremotos.

El acompañamiento socioemocional estará dirigido por los profesores, quienes previamente fueron capacitados y que, además, cuentan con el apoyo de la Secretaría de Gestión de Riesgos, entidad que ha liderado varios simulacros con la participación de la población educativa. (MGQ) Noticias de Esmeraldas (La Hora)