769. Storie di Pionieri

Agli ANDREATTA di PADERNO del Grappa (I FORMIN: Ambrogio, già emigrante negli USA, i figli Vittore, Giulio Camillo, Aurelio, Corrado, Noris, Adris e la loro mamma Luigia FILIPPIN, cugina di monsignor Erminio fondatore degli Istituti), quando giunsero in Piscinara a BAINSIZZA, fu assegnato dall’O.N.C. un podere non lontano dal Borgo, il 769 di 23 ha. con una casa azzurrina abbastanza simile a quella in foto.

Podere pontino

Con poche varianti: il forno era ubicato davanti alla porta d’ingresso, la cucina a dx e il prospetto sul fronte strada (dello Scopeto 1) era rivolto a est dove abbelliva l’architettura un grande e profondo portico a tre ampi archi romani. La stalla affacciava sui campi.
E prevalentemente in questa casa, sede provvisoria del Comando Alleato dopo lo sbarco di Anzio del 21/22 gen. del ’44, in questo locus genii io avrei ambientato il mio romanzo: “769. STORIE di PIONIERI” (2 Edizioni). Nell’autunno del ’33 la famiglia di bonificatori veneti avrebbe pianificato per la prima volta la semina del frumento per non esentarsi dalla “battaglia del grano” voluta dal Duce.
In questa casa, agli inizi non ancora circondata  dalla bella corte con alberi, fiori e un grande brolo, si lavorava duramente perché solo questo dava un senso alla vita familiare imperniata sull’ideale del riscatto della terra promessa ma ci si divertiva da pazzi. Sì, c’era bisogno di qualche stimolo fantastico, di un ideale non impossibile capace di dar forma alla speranza che un giorno li aveva fatti muovere dal Veneto.In seguito con le tavole delle molte casse di munizionamento abbandonate dagli americani e un pò di assi comprati sarebbe stata costruita una balera e, tamponando gli archi della casa con blocchetti di tufo, un’osteria con campi di bocce e tavoli da gioco.
Mio padre, indomito cuore di alpino, suonava (sax e clarinetto) con il suo complesso e i giovani s’incontravano su quel pavimento di legno e s’innamoravano tra una polka e una mazurka. Giulio Camillo sarebbe stato uno dei primi consiglieri comunali dei Borghi e sarebbe morto nel ’57 in un tragico incidente di moto nell’attuale Via Romagnoli, il giorno del suo 44° compleanno, proprio mentre si recava ad una seduta del Consiglio Comunale di Latina. Sergio Andreatta

 — presso Borgo Bainsizza, Lazio, Italy.

Quando il prof. di lettere di I Media, un personaggio molto fantasioso, creativo e anche musicista noto in città, invita i suoi studenti a provar a scrivere in classe una poesia, tutti si cimentano di buona lena. Lui è un personaggio un pò bizzarro, forse, ma di sicuro empatico che fa della scuola un laboratorio attivo e chi si sognerebbe, allora, di contraddirlo? Segue la lettura degli elaborati e un’estemporanea votazione per scegliere il migliore. Oggi all’unanimità è toccato alla poesia di Stefano La Starza.  

POESIA PER ME

 

Per me la poesia

è come la dolce brezza

del mare, è come il vento

che sibila e fischia.

E’ come la poesia

una melodia,

è come un arcobaleno alto nel cielo,

è come mille pesci colorati

nel fiume Reno.

E’ come una montagna

fredda e alta la poesia,

è il fruscio delle foglie

di un albero.

E’ come un libro

la poesia che si

riempie di nuovi racconti

di fantasia.

E’ come un bimbo

che cresce e vive la sua vita

la poesia.

La poesia è come

un nuovo orizzonte.

Stefano La Starza

Latina, Curia vescovile, Sala San Lidano d’Antena.

Convegno di studio a 500 anni (1517/2017) dalla Riforma di Martin Lutero (Martin Luther).

“Protestantesimo e cultura italiana”, relatore il pastore luterano, docente di teologia all’università di Monaco di Baviera e Basilea, prof. Martin Wallraff.

Presiede il Vescovo mons. Mariano Crociata in un”aula piena per la presenza degli insegnanti diocesani di I.R.C. La mia partecipazione al dibattito seguito alla Relazione si sarebbe inserita nell’intervallo storico tra la pubblicazione della Bibbia di Erasmo del 1516 e il Concilio di Trento, con un quesito al pastore-teologo sull’affermazione luterana del libero esame/arbitrio e il rifiuto del Magistero, quindi sull’accostamento diretto senza mediazioni (sola scriptura) alle Sacre Scritture come unica via di salvezza (per sola fede) in un contesto sociale come quello dell’epoca dominato da analfabetismo diffuso, in cui – sì e no – un 1% della popolazione avrebbe probabilmente potuto accostarsi tecnicamente ai nuovi testi stampati da Gutenberg e dal nostro conterraneo di Bassiano, stampatore a Venezia, Aldo Manuzio. Senza contare l’inescludibile necessità di una consapevole decodificazione esegetica in qualche modo pur garantita a tutti dal Magistero della Chiesa. Insomma ambivalenze sulla via della salvezza per la sostenuta affascinante ricerca di libertà personale (pecca fortiter sed crede fortius /giustificazione per sola fede e non per le opere) e la negazione che ad essa si contrapporrebbe dell’autorità e del magistero.

L’affascinante ricerca della libertà e la via personale come strumento di salvezza contrapposte alla tradizione contaminata, secondo l’osservazione diretta del monaco agostiniano calato a Roma, dal mercato delle indulgenze e da episodi di malcostume del clero. In realtà le spinte all’affissione delle sue famose 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg il 31.10.1517 furono storicamente molteplici, culturali, politiche o di semplice opportunità se non si vogliono trascurare gli impetuosi fermenti nuovi dell’umanesimo con l’arrivo in Italia di molti intellettuali grecisti dopo la caduta di Costantinopoli e della scoperta di nuovi mondi con la scoperta dell’America. L’illustre Relatore precedentemente aveva ben incastonato il tema in tre capitoletti nel clima culturale degli Umanesimi, non nazionali italiano o germanico perché inesistenti ma più regionali e policentrici, nelle nuove traduzioni post-gerolominiane della Bibbia e nella loro diffusione a stampa, mettendo peraltro in considerevole risalto le figure di Erasmo da Rotterdam, Marsilio Ficino, Filippo Melantone e anche del card. Giovanni Gerolamo Morone, già vescovo di Modena a soli venti anni, che pur essendo un inquisitore cercò di trovare accordi con gli eretici per evitare che venissero accusati ma la sua opera di mediazione avrebbe conseguito scarsi ed ininfluenti risultati, fino al suo stesso arresto per deviazione ad opera dell’Inquisizione. E il card. Gasparo Contarini che (Colloqui di Ratisbona) senza ombre di eresia era arrivato ad affermare che la giustificazione era ottenibile per fede.

Nel coincidente 31 ottobre 1999 ad Augusta il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e la Federazione mondiale luterana avrebbero sottoscritto una “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” convenendo che la teologia – sia per i protestanti che per i cattolici o per gli ortodossi – è una sola e la giustificazione è ottenuta per fede come già proposto dal cardinal Gasparo Contarini nel 1541. Sergio Andreatta, Riproduzione Riservata.

Giorgio Bozza

Camminare nella propria anima 
agganciando l’aratro a una stella

Proget Edizioni, Padova 2017

 

Agganciare l’aratro a una stella, come è possibile? Eppure c’è chi prova a rispondere a questa domanda. E’ l’autore del libretto, o meglio dell’agile opuscolo di sole 77 pagine, pervenutomi in omaggio. E mi son dato subito a sfogliarlo e poi a leggerlo senza ripensamenti, incuriosito dalla nuova avventura letteraria dell’autore che ben conosco e mi son bastati per farlo i due tempi silenziati della partita di calcio in diretta Napoli-Fiorentina.

Un sacerdote diocesano di Padova, parroco a Ronchi di Casalserugo, anche docente di Teologia morale presso la Facoltà di Teologia del Triveneto ne è l‘autore. Sì, lo conosco bene Giorgio Bozza e mi considero anche un suo amico perché durante tutto il periodo dei trascorsi universitari a Roma, ospite dell’Ist. Lombardo, lui veniva a trascorrere ogni fine settimana da noi, a Santa Chiara di Latina, dove si affiancava al parroco nei servizi religiosi. Un sacerdotello semplice e scherzoso che sa riversare la sua particolare empatia sui bambini e sui i ragazzi, insomma uno a loro particolarmente simpatico e capace di promuovere animazione e relazioni. “Camminare, percorrere le nostre intimità. Camminare dentro i nostri sentimenti, ascoltare quello che c’è dentro di noi”.

Giorgio Bozza, libro 2017, Camminare-nella-propria-anima

Questo l’incipit, indubbiamente un bel proposito per come noi siamo sopraffatti nel nostro agire da tanti stimoli. E così bisognerebbe uscire, questo è il pressante invito, da questa “territà” per scoprire negli altri la nostra stella. “Agganciare il proprio aratro a una stella ci riporta a un movimento interiore”.

Un libro per muovere e promuovere, una raccolta di dieci piccole storie in uno stile scarno che di più non si potrebbe. Sono le piccole storie dell’antropologia quotidiana di chi ti scorre accanto. Storie di disamoramento, di smarrimento, di sfiducia nella vita, di depressione, di disperazione, di disoccupazione, di persone salvate solo all’ultimo da un barlume di speranza ritrovato in una pedagogia – più che in una teologia – della salvezza. Insomma siamo uomini, sotto lo stesso cielo stellato e con la condivisione di problemi e speranze possiamo anche farcela.

Ce la farà Erika, studentessa di 17 anni, sedotta e abbandonata da Luca. Ce la farà Simone a ritrovare se stesso e tutti gli altri che si trovano a navigare in una gran tempesta di pensieri e sentimenti. E sono spesso gli occhi dei bambini ad aiutare o le porte aperte delle chiese ad attirare come calamite dentro la loro luminosità. In un sacerdote, così ben formato, poteva forse mancare la teologia morale e la riscoperta del cordone ombelicale che ci tiene, più o meno coscientemente, legati al Vangelo incontrato nell’infanzia e poi, chissà perché, smarrito?  Nel semplice presepe il bambinello mette in moto tutti gli automatismi davanti a una casa diroccata che porta la scritta “AMATRICE” e ti riporta all’origine dell’amore per cui sei nato e per cui hai fatto nascere i tuoi figli genetici o spirituali.

Nessun caso è trascurato, nessuna età dell’uomo si vorrebbe, neanche quella più anziana, c’è sempre una luce in ogni tunnel e nell’autore un desiderio dichiarato di restaurare i ruderi dell’esistenza. Questo è Natale! Tutta l’Umanità ha bisogno di un bacio e “chi è il sacerdote – s’interroga nell’ultima pagina l’autore – se non un uomo, scelto da Dio, per essere mandato a testimoniare con la sua vita e con i suoi gesti questo Bacio che Dio dà continuamente ai suoi figli!” Penso purtroppo ai tanti sacerdoti-giuda che finiscono in scandalose cronache giudiziarie ma anche ai più dalle condotte esemplari e auguro sinceramente a don Giorgio che non venga mai ad affievolirsi il suo grande slancio vocazionale.  Sergio Andreatta, Riproduzione Riservata, www.andreatta.it

16th Dic, 2017

Giornata Missionaria 2017

Latina. Giornata Missionaria 2017

 

Mons. Mariano Crociata apre il Convegno

 

Sergio Andreatta, Camilla _ Missione Esmeraldas

 

Il relatore don Mario Vincoli

“Il Vangelo è per tutti, deve essere offerto a tutti fino alle estreme periferie della terra. I primi a portare in giro la buona novella sono stati gli apostoli e i missionari non fanno altro che ripercorrere le stesse strade. Così la mia fede resterà viva solo se può essere comunicata agli altri. Io vivo in una comunità missionaria, sono una consacrata ormai da 52 anni”. Dice al Convegno di Latina “Sognando una Chiesa Missionaria” Madre Camilla Andreatta, veneto-pontina che opera nella Missione comboniana di Esmeraldas, tra gli afrodiscendenti dell’Ecuador settentrionale. Nella sua testimonianza, breve per ragioni di tempo, sorvola su quando partì da giovane per gli Altipiani dell’Eritrea spendendosi nell’insegnamento ad Asmara e nell’evangelizzazione per i villaggi. Poi sarebbero venute le sue esperienze in altre periferie dell’Ecuador, Mexico e ancora Ecuador dove oggi continua ancora ad espletare la sua missione sia presso il Centro Medico Madre Anastasia, sia con le molte adozioni a distanza a sostegno dei poverissimi niños di strada, sia a supporto dello Hogar Campesino, una misera grande capanna via via trasformata in casa abitabile con l’aiuto di tanti benefattori che ospita una trentina di bambini dei villaggi scesi in città per poter studiare coltivando la speranza di un miglioramento personale e della propria famiglia.
Padre Jaber (Teofilo) Layous, iconografo siriano attualmente viceparroco a Sabaudia, racconta delle intristite vicende e dei conflitti della sua Siria da dove, tra l’altro, non si hanno più notizie di padre Dall’Oglio, già presenza viva tra noi a Latina.
Don Mario Vincoli dell’Ufficio Missionario della CEI attuale segretario nazionale dell’opera della Propagazione della Fede e dell’infanzia Missionaria è quest’anno il relatore ufficiale del Convegno pontino.
Sull’ultimo numero de L’Animatore Missionario ha scritto: “Guardàti dall’Amore è lo slogan della prossima Giornata dell’Infanzia Missionaria voluta da papa Pio IX. Gli occhi, e specie quelli dei bambini, dicono molto di più di ciò che le parole non riescono ad esprimere. Nei vangeli spesso Gesù posa  il suo sguardo sulle persone cogliendo la loro interiorità; nel guardare si accorge dell’altro e gli trasmette la sua attenzione, la sua cura, il suo amore”.
Insomma uno dei temi forti è quello dell’accoglienza missionaria dei migranti.
Il polacco don Pietro, parroco a Roccagorga, è il responsabile dell’ufficio Missionario Diocesano che, coadiuvato dalla prof.ssa terracinese Floriana Romagna, coordinatrice del programma della Giornata Missionaria 2017, si dedica all’accoglienza dei partecipanti alla sessione di lavoro.
Apre i lavori della Giornata il Vescovo mons. Mariano Crociata, già segretario della CEI e attuale ordinario della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze e Priverno. © Sergio Andreatta, Riproduzione riservata.

di  Sergio Andreatta

 

Picinisco, Santa Maria.

Picinisco, antica Santa Maria.

ENTRI DAL CANCELLO CON L’ISTINTO DELLA FUGA…

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Benito Mussolini nel libretto consegnato ai militari.

Benito Mussolini nel libretto consegnato ad Albino e ai militari per spiegare la scelta di dichiarare guerra il 10.06.1940.

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Entri dal cancello con l’istinto della fuga ma sai già che, se saprai resistergli, si aprirà per te un’altra antologia di Spoon River. Quante storie soffocate da queste pagine di pietra, basterebbe forse alleggerirle un pò per farle uscire dal dimenticatoio. Nel sotto-portico della medievale abbazia di Santa Maria, già inventariata da papa Pasquale II, mi viene incontro una grande lapide cementata dall’Amministrazione comunale, sopra i nomi delle vittime dell’inabissamento dell’Arandora Star e dei molti civili di guerra. Ecco un nome che mi richiama una foto vista altrove, è quello di un Cesidio Di Ciacca, piciniscano-scozzese sulla cui tragica vicenda mi sono soffermato in uno scritto precedente. Giovane, non meno degli altri pieno di speranze e con tanta voglia di vivere quel primo Cesidio, subendo la sorte comune, fu costretto all’imbarco per il Canada. Ma il siluro tedesco, già in agguato fuori della baia di Plymouth, non gli avrebbe lasciato alcuno scampo, come ad altre mille persone. 17 gli affogati del paese, centinaia gli italiani di tutte la regioni, molti di Bardi nel parmigiano. Era questa la guerra tomba delle illusioni! Tra le vittime civili ricorrono i cognomi di tante famiglie storiche del paese e anche di un parente di mia moglie. Albino Antonelli con gli occhi legati alla malinconia ma un po’ avido di avventure aveva risposto puntualmente alla chiamata alle armi e da sottotenente dell’esercito italiano era partito da Civitavecchia per la guerra sul destinato fronte greco-albanese…

Ragazza albanese.

Ragazza albanese.

La posta di Albino.

La posta di Albino.

Tirana nel 1940.

Tirana nel 1940.

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A Londra, dove era nato, i suoi genitori (Giovanni e Mariuccia Mancini) gestivano un ben avviato snak-bar dalle parti di Portobello. Con i loro floridi proventi avevano potuto costruire fin dal 1924 in Viale San Martino una bellissima palazzina in stile liberty e questo era per tutti l’inconfutabile contrassegno di un’emigrazione di successo.  I sentori di guerra li avevano, però, consigliati ad un precipitoso rientro in Italia, giusto in tempo per evitarsi il naufragio dell’Arandora. Completava la famiglia l’adolescente, un pò ribelle, Antoniuccio. Nello svolgersi degli avvenimenti bellici, impensabilmente Picinisco si era trovata al fronte, nell’epicentro montano della Linea Gustav, così tra dicembre ’43 e i primi mesi del ’44 molte genti furono obbligate ad un sofferto sfollamento. Gli Antonelli-Mancini inglesi, che erano andati ad abitare a Roma in Via Tuscolana 42, appena l’aria della capitale divenne insostenibile, si erano spostati nella più tranquilla Ciociaria, ma non nella loro casa indisponibile di Picinisco, bensì a Ripi dalla nipote Olga nel frattempo andata sposa al forestale, poi mio suocero. Dopo varie vicissitudini personali e tragici coinvolgimenti diretti, per le sue precarie condizioni di salute Albino era potuto rientrare dal fronte. E ora si poteva riunire a tutti gli altri a Ripi. Intanto la patria Picinisco, in Valle di Comino, era stata invasa dai tedeschi e così anche la loro casa dove sulla porta della cantina, una profonda grotta scavata nella roccia, davanti alle botti piene avrebbero vergato un’immortale preghiera al vino. Il castello medioevale sarebbe stato a breve bombardato da un impietoso raid aereo americano, l’alta torre circolare sfarinata per castigo. Ma, dopo lo sfondamento alleato a Monte Cassino, i nazisti si convinsero che non era più il caso di resistere stando lì e si ritirarono e nel farlo non tralasciarono di trafugare da casa alcuni quadri, un pianoforte tedesco di marca ed una statua, copia ridotta di quella della libertà di N.Y., che si erigeva in basso all’inizio della scala. Albino, Antonio e anche la loro cugina convivente Olga Mancini avevano potuto frequentare una delle migliori high-school di Londra. I fratelli suonavano meravigliosamente i loro strumenti musicali, accoppiandosi al pianoforte e al violino. Intanto le malvagie e punitive incursioni aeree U.S.A. si mangiavano i castelli ducali e, uno dietro l’altro, i paesi antichi della Valle. Il terrore aveva le forme di un imprevedibile drago di fuoco che pioveva dal cielo. Ma Ripi, no. Ripi sembrava più sicura, fuori da ogni obiettivo. Bisogna avere la giovinezza ma non doverla rimpiangere la volta che ti capita e proprio a maggio, il mese dell’amore e della poesia. Perché gioirebbe altrimenti la natura e si risveglierebbe il sangue nelle vene? Guerra e pace, con la seconda ad incalzare le speranze di guardare avanti. L’ufficiale in congedo, pur appassionato di arte e abbeverato di cultura, sapeva di non essere l’unico ad aspirare a una vita piena di bellezza e di libertà. Le sue note musicali ora gli riempivano la testa frastornandolo e l’animo, l’animo gli appariva più leggero del solito stamattina,  così prese per mano il piccolo figlio del forestale Pirri e s’incamminò per la rua.

Ragazze locali.

Ragazze locali.

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Ala Littoria e censura sulla posta del sottotenente italo-inglese Albino Antonelli.

Ala Littoria e censura sulla posta del sottotenente italo-inglese Albino Antonelli.

E percepì subito il rumore, l’aereo si avvicinava, la rombante sordità dei suoi motori non poteva sfuggire all’orecchio esperto di un ufficiale. Ci fu un attimo interminabile, solo un intervallo di pochi istanti, per pensare alla salvezza. Poi le bombe gli esplosero intorno frammentandosi al suolo. Albino, squarciato, non ebbe neanche il tempo di lanciare al cielo la sua maledizione ma il piccolo Leandro di quattro anni si sarebbe salvato. Il sottotenente del 207° Reggimento Fanteria ”Taro”, 6a Compagnia, era un giovane partito, seppur senza grandi entusiasmi, “col cuore oltre la meta” come gli aveva inculcato la martellante propaganda fascista. Dalle zone di guerra in Albania e Montenegro e ovunque le successive strategie l’avevano portato, aveva scritto solo pensieri di grande sentimento per la patria e di forte attaccamento ai suoi monti della Meta. Mai che avesse fatto trapelare ai familiari le sue emozioni, le sue trepidazioni se non quando, nelle lettere e nella cartoline postali alla madre in attesa nella casa di Roma, forse in cerca di protezione, si era concesso ad accorate suppliche alla Madonna di Pompei di cui era molto devoto. © – Sergio Andreatta, Riproduzione riservata per testo e foto dell’Archivio familiare.

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Un progetto di teatro formativo

Nel paese dei molti colori non può esserci spazio per differenze e diversità di considerazione e di trattamento personale. Nessuna disparità di alcun genere è ammessa. Mi trovo al TEATRO COMUNALE di Latina, Gabriele D’Annunzio, per sentire e vedere i ragazzi della Scuola Primaria Giuseppe Mazzini cantare, ballare, recitare, esibirsi per insegnarci a navigare in musica sui temi e sulle vibrazioni dell’intercultura e dell’antibullismo in specie. Se questa è educazione, è certamente la buona educazione, penso, della pari dignità senza discriminazioni. 

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Ogni tanto partecipo alla riconoscenza degli applausi alle docenti di BORGO SAN MICHELE (mio ex IV Circolo didattico) per le loro esaltate competenze e un plauso particolare lo indirizzo ai ragazzi per le loro eccellenti interpretazioni sia corali che personali. Purtroppo il bullismo è una forma di comportamento sociale, abbastanza diffuso nel mondo giovanile anche pontino, di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, che talvolta cova nella stessa scuola e occorre così individuarlo prontamente e stroncarlo perché non prenda piede prendendo a bersaglio i deboli e gli incapaci di difendersi.

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E’ una pratica di sopraffazione sociale, una dinamica di gruppo aberrante che oggi si manifesta in vari modi e che va condannata senza alcuna indulgenza già all’interno delle stesse famiglie, se ne sanno cogliere le prime avvisaglie, perché porta ad usare prepotenza, a maltrattare, a intimidire e a intimorire. E’ qualcosa che può portare all’inferno un’esistenza, rovinare irrimediabilmente una personalità fragile. Opponiamoci allora con tutti i mezzi all’andazzo della sopraffazione e del voler prevalere ad ogni costo. Sergio Andreatta

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23rd Mag, 2017

“Chiama la Mamma!”


😂

“CHIAMA LA MAMMA!”

Macchina nuova, navigatore nuovo con grande display, conosco a memoria l’itinerario ma la voglia di provare il navigatore sul sistema On-Star è incontenibile. Tanto per stare sempre collegati con qualcosa, manco alla Nasa!… Così… (Il dialoghetto che segue sarà sul vocale). “Trova PICINISCO!” “Sconosciuto” “OK, Google: PICINISCO!” “Forse il tuo navigatore non è affidabile!” “Pi-ci-ni-sco!” “- isco, suffisso di parole che sta per…” Segue lunga elencazione per terminare: “Anche in –esco, come… cagn-esco, dant-esco,…”. “Però – penso – quanta cultura!” E poi:”Meraviglia!… Che modo di dire, … sono stupito! E tu no?”, chiedo a mia moglie. “Pi-ci-ni-sco!”, ripeto con più forza. “Cerchi un ristorante? Un distributore?… Non so come posso aiutarti!” “PICINISCO!!!” , ordino spazientito. “Non so proprio come aiutarti… CHIAMA LA MAMMA!”, aggiunge alla fine la speaker automatica sconsolata ma con aria compassionevole. Esilarante! Da scompisciarsi dalle risate, ohimè… Dopo un po’, però, ecco comparire puntuale la mappa aggiornata per la navigazione. E l’ irrefrenabile risata ci avrebbe accompagnato per tutta l’ora di viaggio.

Sergio Andreatta   😃😂

VERSO MATERA 2019.

L’atelier del legno di Massimo Casiello.

“Fatto!”, dice lui consegnandomi il suo timbro in legno d’ulivo dopo le ultime limatine di rifinitura. E io lo guardo subito e lo valuto mentre è ancora nelle sue mani. Sul TIMBRO del PANE, per personalizzarlo, ho fatto incidere un acronimo, GEA che sta per Giorgia Eloisa Andreatta.

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)                                                                    Massimo Casiello, ph Sergio Andreatta

 

Matera, S. Maria de Idris (ph. Sergio Andreatta)

Matera, S. Maria de Idris (ph. Sergio Andreatta)

 

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

Matera Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

A lei, che pure è artista, un’iconografa, da qualche tempo le è salita dallo stomaco la voglia di farsi il pane in casa con il lievito madre e non so quale pregiata farina di grano duro o di grano Khorasan, da cui si ricava la farina di kamutNon per risparmio, s’intende!, ma solo per esplorare un altro orizzonte culturale e impossessarsi con le mani dell’arte più antica, quella plurimillenaria della panificazione. E Daniele, Federica e Stefano, i suoi tre piccoli, si divertono un mondo ad imitarla. Così per riuscirci meglio si è anche sottoposta a un corso teorico/pratico di formazione. Prima di arrivare nella Città dei Sassi avevo saputo da non so chi di MASSIMO CASIELLO, un apprezzato tornitore locale, artista del legno. I suoi timbri ripropongono quelli del passato quando tutte le donne impastavano in casa e portavano a cuocere al forno di riferimento avendo la necessità di riconoscere poi i propri pani. I forni di Matera, o della vicina Altamura, sono quanto di più famoso possa esserci. E vicino al B&B dove alloggiamo ne troviamo uno antichissimo che risale ai tempi dei tempi, addirittura al 1590. E, a giudizio dei nostri sofisticati palati, è veramente sublime ciò che sforna. Nell’Atelier di Massimo Casiello ci si imbatte in pieno centro di Matera, così dopo aver visitato con sorpresa soddisfazione il Museo Archeologico Nazionale “Domenico Ridola” non potevamo proprio sottrarci dall’entrare, io e mia moglie, nella bottega di questo giovane. In tutta la Basilicata, la lavorazione del legno vanta una lunga tradizione. Durante i secoli della infinita civiltà contadina, e ancora in tempi più recenti, gli artigiani realizzavano col legno gli oggetti di uso comune, qualcuno più dotato di espressione anche manufatti di alto valore artistico: ruote per i carri, setacci per i differenti tipi di cereali e farine, mestoli, bastoni, timbri per il pane, contenitori per l’acqua, botti per il vino, pestelli e mortai, zoccoli, taglieri intagliati per decorare la pasta fatta in casa, oggetti sacri, mobili intagliati e intarsiati, trottole (in dialetto, ‘strimml’) e molto altro. Oggi agli utensili d’uso quotidiano, riprodotti però in forme moderne e inusuali da Massimo, si affiancano complementi di arredo originali e irripetibili realizzati spesso su commissione.

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

Matera. Massimo Casiello (ph. Sergio Andreatta)

Massimo.Casiello, ph Sergio Andreatta

Mentre gli utensili non più utilizzati, e per i quali in alcuni casi si sono perse le tecniche di fabbricazione, si conservano soltanto nei musei, nella “casa grotta”, nelle case di appassionati collezionisti o di famiglie materane che se li tramandano con cura e sentimento di padre in figlio, da nonna a nipote. In Via Ridola 40, da Massimo, non trovo però i soliti oggetti, ma opere in legni pregiati, scolpite singolarmente nei minimi particolari, in grado di riportarmi alla mente, quando me ne sarò andato, il ricordo dei Sassi, degli scorci affascinanti e incantevoli, degli antichi vicoli sempre molto animati da turisti e apprezzati da cineasti. Massimo è ancora giovane ma, a Matera 2019 – capitale europea della cultura – sembra voler dare un contributo avendo trovato la sua strada professionale. Quest’arte dalle profonde radici culturali, ne siamo certi, non sarà destinata a perdersi con lui e qualche altro. “Ecco, questo timbro è di legno d’ulivo ed è bene spennellarci sopra del buon olio d’oliva prima dell’uso per togliere qualche minuscola impurità. E poi ogni tanto!”, mi raccomanda consegnando alla mia gratificazione tattile il bel galletto porta fortuna. © – Sergio Andreatta

www.andreatta.it

www.massimocasiello.it

 

 

1st Mag, 2017

Camminando per la Murgia

La FERULA COMMUNIS

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Ferula_Sergio.Andreatta

(in foto con lo sfondo dei SASSI di MATERA), volgarmente conosciuta come Finocchiaccio, è originaria del bacino del Mediterraneo. Appartiene alla Famiglia delle Apiaceae, Specie Fèrula Communis. Il suo nome deriva dal latino, dove il vocabolo significa “pianta a fusto dritto”. Pianta erbacea perenne alta da 1 a 3 metri, con fusto eretto e squillanti fiori gialli in primavera, alla fioritura. Considerata pericolosa e assai temuta dai pastori, in quanto alcune sue componenti tossiche ad attività anticoagulante fanno ammalare e spesso morire il bestiame che la ingerisca (Mal della Ferula, emorragia). Nei pascoli naturali il bestiame la scarta spontaneamente e non se ne ciba e questo consente, però, alla ferula di svilupparsi senza ostacoli, arrivando a fiorire copiosamente e a disperdere nel vento i suoi semi senza ostacoli per riprodursi poi in modo infestante. Il pericolo, subdolo, rimane quando il contadino falcia il fieno e inavvertitamente la fèrula si mescoli col fieno. Le regioni meridionali ne sono piene e visitando Basilicata e Puglia in questi giorni ne sono rimasto molto colpito dalla frequenza e dalla bella vivezza dei fiori.

Sergio Andreatta sulla Murgia materana

Sergio Andreatta
sulla Murgia materana

Una leggende la porrebbe all’origine del fuoco. Alla pianta viene , infatti, attribuito il merito di aver trasportato sulla terra il fuoco custodito negli inferi. La fèrula, secondo una leggenda, fu il mezzo utilizzato anche da S. Antonio abate per rubare il fuoco dall’inferno e donarlo agli uomini. Si narra che, ottenuto il permesso dai demoni di entrare all’inferno per riscaldarsi, il Santo li abbia poi beffati, frugando col suo bastone di ferula fra i tizzoni ardenti fino a che una scintilla non accese il midollo spugnoso che sta all’interno. E così, senza farsi notare e con l’inganno, lui avrebbe portato via il fuoco per donarlo all’umanità. © – Sergio Andreatta